Unicef, impatto negativo pandemia su donne migranti in Italia
L'Unicef lancia oggi il rapporto "Non ero al sicuro in casa sua", un'indagine qualitativa che fa luce sull'impatto negativo della pandemia su ragazze e donne rifugiate e migranti in Italia.
La discriminazione già legata al genere e al percorso di migrazione, unita alle sfide imposte dal Covid-19, aumenterebbe la loro probabilità di subire violenza. Il rapporto fa parte di uno studio globale più ampio che esplora l'impatto della pandemia di Covid-19 sulla sicurezza e sul benessere di ragazze e donne in Italia, Brasile, Guatemala e Iraq. In Italia lo studio è stato condotto congiuntamente dall'Ufficio Unicef per l'Europa e l'Asia Centrale, dal Centro di ricerca dell'Unicef - Innocenti e dall'Università di Washington a St.Louis. L'analisi prende il via da un'indagine qualitativa che ha coinvolto circa 100 donne rifugiate e migranti e 50 operatori e esperti coinvolti in programmi di protezione e supporto in tre regioni italiane: Lazio, Lombardia e Sicilia. Il distanziamento sociale ha aumentato il senso di solitudine di molte ragazze e donne rifugiate e migranti, per le quali l'accesso alle reti familiari e amicali d'appoggio è già limitato.
Le madri single risultano essere state particolarmente colpite dalla pandemia, a causa delle difficoltà a provvedere ai bisogni della famiglia e delle accresciute responsabilità nella cura dei figli.
L'inclusione socio-economica delle ragazze e delle donne rifugiate e migranti è stata inoltre penalizzata dall'interruzione dei percorsi di apprendimento, specialmente linguistici. L'indagine rileva però anche la grande capacità di resilienza di ragazze e donne migranti e rifugiate, che sin da subito si sono attivate per favorire reti di sostegno sociale, occasioni di incontro e di partecipazione alla vita di comunità quando permesso dalle restrizioni.
La ricerca ha evidenziato le sfide registrate in certi casi dal sistema di accoglienza, a causa della riduzione del personale, degli alloggi condivisi, del limitato accesso a spazi privati e del rallentamento dei meccanismi di invio tempestivo a servizi specializzati. Come risultato delle restrizioni legate al Covid-19, molti servizi sono stati ridotti o hanno dovuto ricorrere a modalità operative da remoto, aumentando le sfide di accesso di ragazze e donne rifugiate e migranti, già difficile per via delle barriere informative e linguistiche. Il report rileva comunque la capacità tempestiva di adattamento, spesso combinando iniziative in presenza e da remoto e aumentando l'uso di unità mobili di strada e di risposta del sistema ai bisogni emergenti.
(ANSA).
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