Trieste, malattia renale per un adulto su dieci: «Riconoscerla presto può evitare la dialisi»

Lavorano incessantemente, filtrando ogni giorno circa 180 litri di sangue, eppure spesso ci si accorge di loro soltanto quando qualcosa comincia a non funzionare. I reni possono ammalarsi senza lanciare segnali evidenti e proprio questo rende la malattia renale cronica una delle patologie sulle quali la diagnosi precoce può assumere un'importanza decisiva.
Nel territorio di ASUGI circa un adulto su dieci presenta una malattia renale cronica, oltre 13mila persone hanno già una funzione renale ridotta, ma soltanto una persona su dieci tra quelle con una nuova diagnosi arriva a effettuare almeno una visita nefrologica negli anni successivi.
È da questi numeri che prende forma la nuova sfida: mettere insieme medici di medicina generale e nefrologi, affinché la malattia venga intercettata prima e il paziente possa ricevere le terapie appropriate quando esistono maggiori possibilità di proteggere la funzione renale.
Di questo si parlerà sabato 3 ottobre 2026, dalle 8.30 alle 13.15, nell'Aula Magna dell'Ospedale di Cattinara, durante il corso “La gestione integrata della Malattia Renale Cronica”.
A Cattinara arriva il Progetto PREMIO
Il congresso rientra nel Progetto PREMIO, nato dalla collaborazione tra la Società Italiana di Nefrologia (SIN) e la Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG).
Gli obiettivi sono tre: prevenire la malattia renale, riconoscerla precocemente e prendere in carico chi ne è affetto.
Il progetto viene presentato come la prima rete formativa e clinica integrata in Italia dedicata a questo tema. Dopo un primo incontro nazionale a Roma, con coppie formate da medici di famiglia e nefrologi provenienti dalle diverse regioni, la formazione arriva ora direttamente nei territori.
A Trieste il corso sarà guidato dal dottor Vittorio Di Maso, direttore della Struttura Complessa di Nefrologia e Dialisi di ASUGI e coordinatore della Rete nefrologica regionale del Friuli Venezia Giulia, e dalla dottoressa Natascia Giani, medico di medicina generale.
«In Italia parliamo di 5-6 milioni di persone»
Le dimensioni del fenomeno vengono illustrate da Di Maso.
«Circa il 10 per cento della popolazione italiana è affetta da malattia renale cronica, e si stima che nel mondo la percentuale arrivi al 14 per cento, in Italia parliamo di 5-6 milioni di persone».
Tradotto nella quotidianità di un ambulatorio, significa numeri tutt'altro che marginali.
«Un medico di medicina generale con 1.500 assistiti ne ha in carico circa attorno ai 150. Il problema è che solo un paziente su tre viene diagnosticato e trattato», sottolinea Giani.
Ed è proprio su questa zona d'ombra che il progetto vuole intervenire.
Trieste e Gorizia: oltre 34mila persone con una diagnosi
Il territorio giuliano-isontino riflette pienamente il problema.
«I dati di ASUGI ci dicono che nel 2023 il 10,4 per cento degli adulti residenti nelle province di Trieste e Gorizia aveva una diagnosi di malattia renale cronica, cioè oltre 34mila persone», spiega Di Maso.
Una quota importante ha già una funzione renale ridotta, con reni che lavorano a meno del 60 per cento della propria capacità.
Il profilo dei pazienti coinvolti comprende soprattutto persone anziane, ipertese, spesso diabetiche o con problemi cardiaci, anche se, precisa Di Maso, il danno renale può presentarsi come problematica principale anche senza queste patologie.
Friuli Venezia Giulia, il dato sulla dialisi
Particolare attenzione viene posta anche sulla situazione del Friuli Venezia Giulia.
Secondo i dati del Registro Italiano di Dialisi riportati nel comunicato, la regione conta 1.016 persone in dialisi per milione di abitanti, a fronte di una media nazionale di 762.
Ma il punto sul quale gli specialisti vogliono intervenire si trova molto prima dell'arrivo alla dialisi.
Ed è proprio qui che entrano in gioco prevenzione, diagnosi precoce e collaborazione tra territorio e ospedale.
Solo uno su dieci arriva dal nefrologo
Uno degli aspetti più delicati riguarda infatti il passaggio dal medico di famiglia allo specialista.
«Tra chi riceve una nuova diagnosi, solo un paziente su dieci fa almeno una visita nefrologica negli anni successivi», spiega Di Maso.
Ancora più basso è il ricorso a un esame indicato come fondamentale per valutare il danno renale.
«L'albuminuria, l'esame delle urine che insieme alla creatinina ci dice quanto è danneggiato il rene, viene eseguita in appena tre pazienti su cento».
Il rischio è quindi che la patologia venga individuata quando una parte importante del tempo utile per intervenire è già trascorsa.
«È nello stadio intermedio che possiamo cambiare di più il decorso»
Di Maso mette l'accento proprio sulla finestra nella quale l'intervento medico può avere maggiore efficacia.
«La malattia viene riconosciuta, ma tardi e in modo incompleto. Ed è proprio nello stadio intermedio, dove si trovano oltre otto pazienti su dieci, che intervenire precocemente e con la prevenzione cambia di più il decorso della malattia, perché la funzione renale persa possa essere recuperata, e quella rimasta si può proteggere».
Da qui nasce l'esigenza di creare un collegamento sempre più stretto tra il professionista che segue quotidianamente il paziente sul territorio e lo specialista ospedaliero.
Giani: «Medico di famiglia e specialista devono lavorare insieme»
«È fondamentale che il medico di medicina generale individui la malattia il prima possibile e che lo specialista prenda in carico il paziente il più precocemente possibile», sottolinea Giani.
La collaborazione serve anche a mettere in comunicazione due mondi differenti.
«Lavorare insieme significa anche conoscere meglio i due contesti clinici in cui operiamo, quello dell'ambulatorio di medicina generale e quello ospedaliero. È questo scambio che si traduce in una presa in carico migliore per il paziente».
Oggi esistono nuove possibilità terapeutiche
Alla diagnosi precoce deve però affiancarsi una diagnosi precisa.
«Non tutte le malattie renali sono uguali», ricorda Di Maso.
Nell'ambulatorio dedicato alle malattie infiammatorie e immunologiche del rene vengono seguiti pazienti per i quali, spiega il nefrologo, fino a pochi anni fa esistevano poche possibilità.
«Oggi partecipiamo a numerosi studi clinici per lo sviluppo di terapie innovative, e questo ci spinge a fare diagnosi sempre più precoci e precise, perché il trattamento efficace esiste e va dato al paziente giusto nel momento giusto».
Due esami semplici per controllare i reni
Il primo passo può partire da due esami semplici.
«La creatinina nel sangue, da cui si calcola quanto filtrano i reni, e l'albumina nelle urine, che dice se il rene è danneggiato», spiega Di Maso.
Secondo quanto indicato dagli specialisti, effettuare questi controlli una volta all'anno nelle persone a rischio può permettere di intercettare precocemente la malattia.
Tra le persone indicate come maggiormente a rischio ci sono coloro che hanno diabete, ipertensione, malattie cardiache, obesità oppure familiari con malattie renali.
Prevenzione, gli stessi nemici di cuore e reni
La prevenzione comincia anche dalla quotidianità.
«La prevenzione primaria passa dagli stili di vita: alimentazione, movimento, abitudini voluttuarie», osserva Giani.
La dottoressa evidenzia inoltre un paradosso: molti conoscono bene i fattori di rischio cardiovascolare, ma sono meno consapevoli di quelli che interessano i reni.
Eppure, sottolinea, sono in gran parte gli stessi: ipertensione, diabete, fumo e sovrappeso.
Farmaci prescrivibili anche dal medico di famiglia
Un cambiamento importante riguarda inoltre le possibilità terapeutiche a disposizione della medicina generale.
«Rispetto a qualche anno fa abbiamo farmaci che, se assunti nelle fasi iniziali della malattia renale, ne rallentano in maniera più che significativa l'evoluzione verso l'uremia terminale, che significa dialisi o trapianto», spiega Giani.
La novità è che alcuni di questi farmaci, precedentemente prescrivibili soltanto dallo specialista, possono ora essere prescritti anche dal medico di medicina generale.
Un cambiamento che, secondo Giani, rende ancora più importante riconoscere tempestivamente la malattia e costruire una collaborazione stabile con il nefrologo.
Di Maso: «Riconosciuto presto, molto spesso il paziente non arriverà alla dialisi»
Ed è proprio qui che si trova il cuore dell'incontro di Cattinara.
Non aspettare che i reni lancino un segnale quando il danno è ormai avanzato. Cercare invece la malattia prima, soprattutto nelle persone maggiormente esposte, e creare una continuità tra territorio e ospedale.
Il Friuli Venezia Giulia dispone già di una Rete nefrologica regionale che collega le strutture di Nefrologia e Dialisi. Con PREMIO, l'obiettivo è proporre e consolidare il collegamento con la medicina generale.
Di Maso sintetizza così il senso della sfida:
«Un paziente riconosciuto presto dal medico di famiglia, valutato dal nefrologo e seguito insieme, con le terapie giuste, è un paziente che molto spesso non arriverà alla dialisi. Non è una promessa: è quello che oggi la medicina ci permette di fare, se lavoriamo in squadra».
Ed è forse proprio questa la notizia più importante: una malattia che spesso lavora in silenzio può essere cercata prima che quel silenzio diventi un problema molto più difficile da affrontare.
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