Triestina deceduta per suicidio assistito, Vescovo Trevisi: "disinvoltura con cui si inneggia al suicidio assistito"

"Appena raggiunto dalla notizia della morte della Signora “Anna”, deceduta per suicidio assistito, e con farmaci forniti dal Servizio Sanitario Nazionale, mi sono raccolto in preghiera. Scrivo ora perché in qualche modo sollecitato a farlo… Affido “Anna” al Signore: Lui solo conosce quello che abbiamo nel cuore, le nostre debolezze e le nostre speranze. Noi crediamo nel Dio della vita e a Lui affidiamo tutti i nostri defunti e pure i nostri malati, nella loro fatica di sopportare il dolore fisico (per il quale non sempre sono a disposizione le cure palliative che potrebbero essere di grande aiuto) e la sofferenza per la propria inabilità, per il dare senso alla propria condizione di grave disabilità, dell’aspettare una morte che pare tardare e accrescere l’angoscia.
Già abbiamo avuto modo – come vescovi del Triveneto – di esprimere la nostra riflessione sul suicidio assistito e sulla pressione politica e massmediale a favore dell’eutanasia. E pure i dubbi sulla corretta interpretazione e applicazione della sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale. Ma di fronte al mistero della morte ora è meglio il silenzio e la preghiera. In essi viene da domandarci se come società e come comunità cristiana stiamo facendo abbastanza per accompagnare i malati gravi o se li induciamo a sentirsi un peso, uno scarto, un costo economico.
Mi fa male la disinvoltura con cui si inneggia al suicidio assistito come a una conquista, come a un progresso. Io penso che il vero progresso sia una società nella quale si condividono gioie e fatiche, e le si porta insieme. Progresso è una assistenza di qualità, una adeguata alleanza terapeutica.
E insieme ci si aiuta anche dentro gli anfratti opachi – come sono certe malattie – per i quali non abbiamo una immediata risposta, ma che rimangono comunque un tempo da vivere nell’amore e nell’affidamento a quel Dio Salvatore che ha condiviso con noi la precarietà della vita (pensiamo a Betlemme e al nascere in una stalla) e l’angoscia della morte (pensiamo al Getsemani).
Incoraggio tutti a una carezza nei confronti di chi sta male, di chi soffre una particolare situazione di vulnerabiltà. E in particolare di quel malato che è tentato dalla disperazione. Incoraggio tutti a un tempo intenso di condivisione con chi vive la malattia per rigenerarci insieme ad una speranza di vita vera e piena, dove non ci sono più morte, malattia e violenza".
A riferirlo Enrico Trevisi - Vescovo di Trieste
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