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Cronaca

Trieste, lo sfogo sulle coppie al ristorante: «Che fine ha fatto il piedino sotto al tavolo?»

redazione·
Trieste, lo sfogo sulle coppie al ristorante: «Che fine ha fatto il piedino sotto al tavolo?»

«Provate ad andare al ristorante. Guardate le coppie: sono tutte al telefono». Comincia così lo sfogo ironico di un triestino che prende di mira una scena familiare: due persone sedute allo stesso tavolo, vicine nelle sedie e lontane nello sguardo, assorbite ciascuna dal proprio smartphone.

Il tono è provocatorio, il linguaggio esplicito e il bersaglio preciso: il telefono che si prende lo spazio della complicità. Il suo intervento non pretende di offrire una fotografia statistica delle relazioni. Usa l’esagerazione e la battuta per porre una domanda: che cosa resta di una cena insieme quando l’attenzione è rivolta soprattutto allo schermo?

«Che fine hanno fatto gli sguardi complici?»

Nel testo, la nostalgia del corteggiamento passa attraverso piccoli gesti. «Ma che fine ha fatto il piedino sotto al tavolo? Gli sguardi complici? Le frasi sussurrate all’orecchio?», domanda il triestino.

È un’immagine della cena come occasione per cercarsi, scherzare e alimentare il desiderio. Il tavolo diventa il luogo di un’intesa fatta anche di silenzi, purché condivisi, e di attenzioni che non hanno bisogno di una notifica.

Lo sfogo contrappone questa complicità alla presenza invadente del cellulare. Nell’iperbole iniziale, le coppie sarebbero «tutte al telefono»: una generalizzazione usata per rendere immediatamente riconoscibile il bersaglio della sua ironia.

Dalle frasi piccanti alla password della rete

Il passaggio più irriverente arriva quando l’autore immagina una frase decisamente esplicita da sussurrare al partner: «Appena arriviamo a casa ti apro in due come una cozza».

Una battuta volutamente sopra le righe, alla quale segue il ribaltamento: «Adesso si sussurrano: “Amore, mi passi il Wi-Fi?”».

Il contrasto è il centro comico dell’intervento. L’attesa di un momento d’intimità lascia spazio alla ricerca di una connessione. La parola “amore” rimane, ma la richiesta riguarda il telefono.

Con poche righe, il triestino costruisce così una caricatura della coppia contemporanea: il ristorante prepara la cornice, mentre i due commensali cercano altrove qualcosa da guardare.

La cena insieme e l’attenzione che manca

Dietro la provocazione, il tema dello sfogo è il valore del tempo trascorso in coppia. Essere allo stesso tavolo può diventare un gesto svuotato se manca la disponibilità a guardarsi e ad ascoltarsi.

Nel testo non vengono raccontati un episodio preciso, un locale o una coppia in particolare. La scena è proposta come esempio di un’abitudine che l’autore trova irritante e sulla quale sceglie di intervenire attraverso l’umorismo.

Il telefono diventa il terzo commensale, quello che interrompe gli sguardi e occupa le pause. È questa presenza a sostenere la battuta, più che una condanna della tecnologia in sé.

«Non si arriva nemmeno al settimo giga»

La chiusura prende un’espressione conosciuta, la “crisi del settimo anno”, e la trasforma nel linguaggio dei consumi digitali.

«Altro che crisi del settimo anno: qui non si arriva nemmeno al settimo giga», scrive il triestino.

È la frase che riassume lo sfogo: una relazione raccontata ironicamente attraverso la connessione disponibile, mentre la complicità sembra aver perso campo. E la domanda iniziale rimane sul tavolo, accanto ai telefoni: che fine hanno fatto gli sguardi complici?

Foto ia

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