Una turista rimane "stregata" da Trieste e dedica un racconto-poesia alla città
Pubblichiamo da Ada Prisco
Ai confini
Suggestioni triestine
Verso i confini
Quando il centro di una vita ha esaurito la sua carica rallenta fino a sembrare bloccata. La bussola interiore guida automaticamente verso la pianura più nota e spianata, ma se questa è arsa, pretende quantomeno di essere lasciata in pace, reclama il suo riposo sabbatico. Il panorama umano così si complica, non identifica la direzione verso cui volgersi, come una barca trattenuta da calma piatta non sa dove virare. E se questo centro langue, non resta che il confine, da esplorare, da modificare, da spostare.
Per questo confine non si lascia trattenere al singolare, ma è meglio declinabile al plurale, perché non si può contenere in una versione unica e univoca di sé.
Il confine, in genere, per indole è più vivace ed è più abituato alle stranezze, alle differenze, fa meno lo schizzinoso. Ogni confine è drammatico. E’ una traccia, più o meno visibile, forma se stesso più velocemente e riforma la vita in relazione, la vita con, la vita verso.
Confine è certezza, in quanto delimitazione, ma è, al tempo stesso, la rinuncia alla sicurezza per lo stesso motivo e anche perché, fin dall’origine, è pronto ad accogliere di più delle parti, che, nel bene e nel male, separa.
La sarta al molo
Assimilo dalla terra,
mi disseto dal mare,
maneggio le forbici e gli aghi
come la bacchetta di un maestro d’orchestra,
odo il suono delle onde,
ma non mi lascio travolgere dall’impeto della spuma,
resto immobile con il corpo,
ferma è la mano nel tracciare imbastiture con il filo,
ma viaggio proprio come coloro
che vedo partire e arrivare.
Come i mendicanti riversi sul sagrato delle chiese
accetto brandelli di stoffa vissuta,
non sostengo neppure la fatica del chiedere,
spontaneamente mi sono donati,
perché io li valorizzi con la mia arte.
La vita si contagia da se stessa
e non chiede permesso.
Viaggio con la fantasia,
la mia mente e il mio spirito
lesti si concentrano
sul disegno che sta per essere.
Come conca il mio corpo,
raccolto in se stesso,
trattiene quale filtro gli impulsi
dello spirito di ciascuno
e rammenta che ognuno,
a suo modo, tra terra e mare,
è rapsodo di arrivi e partenze,
che scandiscono tempo, spazio e,
in forma di lacrime, rughe, fossette e linee indecifrabili,
rigano, solcano il volto
come scie di navi.
E’ bello che fra terra e mare, nell’area del molo Audace, Trieste abbia dedicato un monumento alla sarta, che sa cucire e sa tagliare, mette insieme, dà forma, nutre e sfoltisce memorie, le fonda in vista di un lavoro di volta in volta nuovo, seppure abile nel riciclare scampoli antichi. E’ un po’ come lo scriba di biblica fonte, che dal suo tesoro trae cose antiche e cose nuove (cf. Vangelo secondo Matteo 13,52).
Da lontano richiama al pensiero la più famosa Sirenetta di Copenaghen. Si capisce presto, però, che la terra è la sua casa, visto quanto il suo sguardo è concentrato sul lavoro stretto fra le mani, mentre i capelli ondulati possono immaginarsi appesantiti dalla salsedine e provocati dalla brezza del mare.
Quanta saggezza può trapelare da chi, giorno dopo giorno, siede accanto alla spuma, che, al tatto con la banchina, appare come nuvola passeggera, che velocemente si scioglie, lasciando la sua tipica scia sonora.
Chi meglio della sarta del molo potrebbe raccoglierne e raccontarne i segreti?
In quella sarta possiamo immaginare concentrati anche lunghi e densi discorsi religiosi. Nei tempi antichi la sostanza dell’eloquio popolare, familiare, era intessuto di fede. Quelle scene s’immaginano spesso al chiuso di una stanza, intorno al calore di un braciere. Quel punto del molo Audace è ancora più affascinante quale luogo di concepimento e gestazione, proprio quell’angolo che non teme lo spazio aperto, che sorride da un lato alla piazza dedicata all’Unità d’Italia, su terra, dall’altro all’ampia distesa di mare del golfo. Quanto cambia il discorso, e il discorso sul sacro, in questa cornice!
Alla sua essenza non manca la memoria, che riceve in affidamento dalla percezione dell’infinito e non sono meno saldi i punti utili a mantenere uniti lembi diversi.
La sarta china sul suo lavoro può suggerire qualche idea anche alla spiritualità. La sua arte paziente, che fa di lei un’artigiana, scarta poco o niente, valorizza tutto, in ogni scampolo rintraccia un supporto, uno spunto, per il modello che verrà.
Terra e mare
La sarta, accomodata sul muretto del molo, può raccontare della linea immaginaria in cui terra e mare si toccano.
Terra e mare si baciano in un confine naturale, che stuzzica la curiosità, provoca il coraggio, instilla linfa al bisogno di conoscenza e di interpellanza all’ignoto, che dimora dentro e fuori l’animo umano.
I testi sacri propongono spesso la metafora del mare, che esprime una tale potenza, da essere assimilato talvolta al male. Alla stabilità della terra è opposta l’imprevedibilità dei moti marini, diretta metafora del mistero, di quanto non appare ma c’è. Le religioni affrontano tutte il tema del male, non sarebbero resistite diversamente al trascorrere dei secoli.
Il mare è il volto amico, sempre disponibile a offrirti la sua bellezza. Si vorrebbe trattenere in sé un po’ del suo profumo per elevare la ferialità, non dimenticando il suo palpito naturale che fa sentire vivi, vivi di più.
Il mare, però, richiama pure il cambiamento che travolge, rimandando nella Bibbia all’idea del patto e della vita rinnovata, della morte e della rinascita. Si pensi alle acque del mar Rosso, che si aprono spianando agli ebrei la strada verso la libertà. Si pensi alle acque del battesimo, in cui si è sepolti per riemergere uniti al Risorto.
E’ tanto più potente questa metafora, quanto più si subisce l’attrazione del mare, che pretende di essere solcato, di essere cavalcato, come condizione necessaria di tanti viaggi.
Mare e terra richiamano al rimando incessante fra partenza e approdo, fra movimento e stabilità.
Lingua e fedi
Un confine pregnante e interessante, scaturito dal discorso sul sacro focalizza il confine tracciato da ciascuna lingua e le fedi, che articola, come meglio può. Questo incontro è pura epica sostenuta dal coraggio di operare continuamente, ricercando il registro più giusto, quello più adatto, dotato di migliore melodia. E Trieste è una città dalle molte lingue e dalle molte fedi, dalla storia ai giorni nostri. Chiunque la visiti ne viene accolto e si espone al suo poliglottismo.
Religioni
Fra piazze ariose e salotti urbani raccolti la città ospitale si mostra impegnata a intrecciare religioni e confessioni diverse. Il cristianesimo è ampiamente rappresentato nella varietà delle sue confessioni, anglicana, cattolica, evangelica luterana, evangelica valdese, ortodossa greca, ortodossa serba e in chissà quali altri modi. L’ebraismo, così ben radicato nella storia e nell’evoluzione di Trieste, resiste e promana vita. L’islam è in forte crescita, dà prova di un’apprezzabile integrazione, nonostante la complessità dovuta alle diverse provenienze. L’intero stabile di via della Maiolica è un cantiere in fermento, dai cui lavori va emergendo non soltanto una sede fisica più spaziosa, ma anche una comunità protesa alla progettualità. Anche il buddismo si propone in alcune delle sue varianti e apre le porte a chi voglia sperimentarne la pratica. Questo elenco non esaurisce tutta la vita nello spirito, che anima la città, ma contribuisce a qualificarne la particolare ricchezza nello stile postmoderno della convivenza aperta alle scelte, amante delle ampiezze, della libertà di esperienza a ammiccante alle tradizioni e alla concentrazione.
Vita e morte
Il confine più narrato e probabilmente più illusorio si staglia fra morte e vita. La morte paradossalmente si vive giorno per giorno. Ogni croce le unisce in sé e le propone alla riflessione, alla fede, alla scelta di ciascuno.
Tante testimonianze ne parlano. C’è un bel monumento funebre che lo racconta, intrecciandolo all’amore, nella Chiesa Evangelica Luterana di largo Odorico Panfili.
La risiera di San Sabba ne parla in città, lasciando nei visitatori un impatto drammatico, ma anche un’impensabile e inesauribile eco di vita. Non abbandonano più i ricordi delle pagine scritte dei taccuini dei deportati, che mantengono accesa la speranza, non abbandona l’immagine delle ceneri di Auschwitz, non abbandona la cupa immaginazione accesa dagli spazi, e angusti e aperti, ora delle celle e del cortile della morte, nota eppure ancora celata.
La stele, che fa immaginare il lugubre camino, pare quasi un’installazione di arte moderna e lo è, ma prima di tutto sorge a memoria di quel canale, ingiusto suo malgrado, che vide il respiro mutarsi in fumo per via di demoniaca violenza. Si giunge, ritenendo sia un luogo di morte soltanto e sorprendentemente ci s’imbatte nella forza, che, tenace, sopravvive agli assassini e ai processi deludenti della storia.
Per quanto sia nera,
come stele slanciata verso l'alto,
quella ciminiera
svela l'istinto
da cui tutto è iniziato,
l'infinito accoglie
ciò che la violenza ha brutalmente interrotto.
Da nessuno si lascia annientare
la brama di resistere,
anche se altrove,
in un tempo altro,
in uno spazio diverso,
nelle testimonianze e nei ricordi,
nella traccia dell’esistito.
Ogni vita s’ incanala
come incenso
al fine che l’ha mossa,
bruciando ancora voci, parole e desideri
dei giorni trascorsi
nel movimento e nella sosta,
nell'azione e nell'attesa.
Lì dove tutto si placa.
A conclusione di questo viaggio breve e intenso, Trieste si è lasciata incontrare come ambiente umano che lascia chiunque muoversi nella misura flessibile del possibile.
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