Arrivo di McDonald’s sulle Rive: «Qui servirebbe un locale capace di raccontare il territorio»

L’arrivo di un nuovo McDonald’s sulle Rive di Trieste riaccende il dibattito sul rapporto tra grandi marchi internazionali e identità della città.
A intervenire è il triestino Sergio Mina, che concentra la propria riflessione non tanto sul marchio in sé, quanto sulla scelta di collocare un’attività di questo tipo in uno dei luoghi più rappresentativi e riconoscibili di Trieste.
Secondo Mina, proprio le Rive avrebbero potuto ospitare un locale capace di raccontare meglio la storia, la cultura e soprattutto le eccellenze gastronomiche del territorio.
«Qui avrebbe avuto più senso valorizzare Trieste»
Il punto di partenza della sua riflessione è molto chiaro.
«Sulle Rive di Trieste, in uno dei luoghi più rappresentativi e suggestivi della città, avrebbe avuto molto più senso valorizzare un locale capace di raccontare le eccellenze gastronomiche del territorio, la sua storia e la sua identità».
Per Mina, la posizione avrebbe avuto un valore particolare proprio perché inserita in uno dei punti più visibili della città.
Un luogo frequentato da residenti, turisti e visitatori e che, proprio per questo, potrebbe diventare una sorta di vetrina della cultura triestina.
Il timore dell’omologazione
La critica si sposta poi su un tema più ampio: quello della crescente somiglianza tra i centri urbani.
«L’arrivo dell’ennesimo McDonald’s rischia invece di contribuire a quella progressiva omologazione che rende i centri delle città sempre più simili tra loro».
Secondo Mina, il rischio è che una città con una personalità così marcata finisca per perdere progressivamente alcuni tratti distintivi proprio negli spazi più centrali e simbolici.
«Trieste ha una storia e una cultura uniche»
Il ragionamento richiama direttamente l’identità cittadina.
«Trieste ha una storia, una cultura e una tradizione enogastronomica uniche, frutto dell’incontro tra mondi diversi».
È proprio questa stratificazione culturale, secondo Mina, che dovrebbe essere maggiormente valorizzata attraverso le attività presenti nel centro e lungo le Rive.
La gastronomia locale, in questa visione, non rappresenta soltanto un’offerta commerciale, ma uno strumento attraverso cui raccontare la città.
Le Rive come biglietto da visita
Mina immagina quindi le Rive come un luogo capace di rappresentare Trieste anche attraverso ciò che viene proposto al pubblico.
«Proprio le sue Rive dovrebbero esserne una vetrina, non uno spazio commerciale indistinguibile da quello di qualsiasi altra città».
Una posizione che apre una riflessione più generale su come coniugare libertà d’impresa, trasformazioni commerciali e tutela dell’identità urbana.
«Non è una questione contro un marchio»
Il triestino precisa però di non voler trasformare il ragionamento in una battaglia ideologica contro McDonald’s.
«Non è una questione di essere contro un marchio».
Il nodo, per Mina, riguarda esclusivamente la collocazione e il significato che quella zona ha per la città.
«In un luogo così legato all’immagine e alla memoria di Trieste, sarebbe stato molto più bello trovare un’attività capace di esaltare il territorio anziché svilirne ulteriormente l’identità storico-culturale».
Un dibattito sul futuro del centro città
La riflessione di Sergio Mina tocca così un tema che va oltre il singolo locale.
La domanda è quale modello commerciale debba caratterizzare gli spazi più rappresentativi di Trieste e quanto la città debba cercare di mantenere una propria riconoscibilità anche attraverso le attività che si affacciano nei suoi luoghi simbolo.
Da una parte ci sono le grandi catene internazionali, immediatamente riconoscibili e capaci di attirare un pubblico molto ampio. Dall’altra c’è la richiesta di valorizzare attività maggiormente legate al territorio, alla storia e alle tradizioni locali.
Per Mina, sulle Rive la scelta dovrebbe andare soprattutto in questa seconda direzione: meno omologazione e più Trieste.
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