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Politica

"Non riapertura scuole sconfitta di un’intera società e delle priorità che ha scelto di darsi"

Luca Marsi·
Pubblichiamo da Fracesco Russo
 
Forse perché sono genitore di quattro figli e pedagogista prima ancora che amministratore pubblico credo che la decisione di molti presidenti di Regione (fra cui quello del Friuli Venezia Giulia) di non riaprire le scuole superiori assomigli molto alla sconfitta di un’intera società e delle priorità che ha scelto di darsi.
In tanti contesti si è giustamente trovato il modo di conciliare tutela della salute e operatività. Perché tenere i nostri ragazzi in classe, invece non è una priorità?
Perché, ad esempio, aprire gli impianti sciistici è più urgente che riaprire le scuole?
Basterebbe ascoltare gli studenti (e i molti docenti e dirigenti che si sono prodigati in queste settimane) per capire quanto sia importante invertire la rotta: quasi il 40% dichiara che la didattica a distanza non funziona, 6 su 10 dicono di aver perso la capacità di socializzare. Numeri impressionanti dietro cui si celano le paure e il risentimento di una generazione a cui viene chiesto di aspettare con pazienza il proprio turno. Che, però, non arriva mai.
Così, però, rischiamo una frattura generazionale difficilmente sanabile: i danni sociali (ed economici) di questo disagio andrebbero conteggiati almeno sullo stesso piano delle crisi dei diversi comparti economici.
Aveva ragione Pietro Calamandrei a definire la scuola “un organo costituzionale, l’unica garanzia di democrazia”: per molti l’accesso agli studi è l’occasione di un riscatto sociale, l’unica possibilità per un futuro migliore (per questo, ad esempio, un disabile o chi ha dei bisogni educativi speciali è oggi ancora più penalizzato).
E allora bisogna avere il coraggio di dire che stiamo sbagliando tutto, che gli studenti saranno pure pochi, non votano e non sono portatori di interessi economici forti.
Ma sono un patrimonio che questo Paese ha il dovere di valorizzare. Perché sono la nostra speranza di un futuro migliore.
E perché glielo dobbiamo: sulle loro spalle stiamo caricando l’ulteriore debito pubblico grazie al quale proveremo ad uscire da questa crisi.
Lo dico sapendo di essere impopolare. Ma la politica, per come la vedo io, dovrebbe avere il compito di fare ciò che è giusto, non ciò che porta consenso immediato.

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