lunedì 2 novembre 2026
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Politica

Monti (Adesso Trieste) dopo il rogo in Porto Vecchio: «Due vite spezzate, tragedia della solitudine»

redazione·
Monti (Adesso Trieste) dopo il rogo in Porto Vecchio: «Due vite spezzate, tragedia della solitudine»

«Stanotte due ragazzi sono morti al Porto Vecchio mentre la città dormiva». Federico Monti di Adesso Trieste interviene sull’incendio costato la vita a un uomo e a una donna con una riflessione sulla marginalità, sull’indifferenza e sulla capacità di Trieste di prendersi cura delle persone più fragili.

Nel messaggio pubblicato sui social, Monti richiama le parole del vescovo Enrico Trevisi e invita la città a interrogarsi su chi cerca riparo in luoghi di fortuna. Un intervento che mette al centro la dignità delle vittime, senza attribuire loro condizioni personali o storie che non sono ancora conosciute.

Il richiamo alle parole del vescovo

«Un individualismo che inceppa le famiglie, la nostra città, il mondo. Dell’altra persona oggi si ha troppa paura». Monti apre il suo intervento citando una riflessione del vescovo di Trieste, parole che, davanti alla notizia dell’incendio, definisce «un pugno nello stomaco».

«Due vite spezzate. L’ennesima tragedia della solitudine e dell’abbandono», scrive, riportando l’attenzione sulle persone morte nel rogo e sulle domande che la loro scomparsa lascia alla comunità.

«La dignità di una vita non cambia»

Monti sottolinea di non conoscere i nomi delle vittime, le loro storie o le circostanze che le avessero portate a cercare rifugio nell’edificio.

Da questa mancanza di informazioni parte il passaggio centrale del suo messaggio: «La dignità di una vita non cambia in base alla provenienza o alla condizione in cui ci si trova».

Il riferimento a migranti, persone senza dimora, povertà o dipendenze è formulato nel post come un insieme di possibilità, non come una descrizione accertata delle vittime. Il punto, per Monti, resta il valore delle persone, qualunque fosse il loro percorso.

La critica a una città che rischia di abituarsi alla sofferenza

Il messaggio si allarga quindi alle condizioni di chi affronta le notti fredde senza un riparo adeguato. «Mentre noi rientriamo al caldo, c’è chi s’arrangia dove può», osserva Monti, denunciando il rischio che queste presenze diventino invisibili.

A preoccuparlo è soprattutto quella che descrive come un’assuefazione alla sofferenza: considerarla parte del paesaggio oppure qualcosa da allontanare dalla vista. «Troppo spesso la priorità sembra essere quella di nascondere o spingere più in là chi è in difficoltà», sostiene.

Torna così un’altra frase di Trevisi richiamata nel post: «L’indifferenza verso chi soffre è una grave malattia che va curata».

«Come siamo arrivati a ritenere tutto questo normale?»

«Questa tragedia si sarebbe potuta evitare», afferma Monti, esprimendo una valutazione che accompagna il suo appello alla responsabilità collettiva.

Il messaggio si chiude con una domanda rivolta alla città: «Come siamo arrivati a ritenere tutto questo normale?». Un interrogativo con cui Monti chiede di riportare al centro dell’attenzione le persone più esposte alla solitudine e all’abbandono.

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