Vandali a Barcola, scatta la pulizia: Babuder duro “non è dissenso, è danno pubblico”

Dopo l’episodio delle panchine imbrattate sul lungomare di Barcola, arrivano le immagini e le parole dell’assessore Michele Babuder, che ha documentato direttamente sui social le operazioni di pulizia avvenute nelle ore successive.
Nelle foto si vedono gli operatori impegnati a rimuovere la vernice dalle sedute: interventi mirati, strumenti specifici e mezzi al lavoro per ripristinare il decoro urbano.
Una scena che restituisce con forza l’impatto concreto del gesto, trasformato in un’operazione urgente per riportare la normalità in uno dei luoghi simbolo della città.
Babuder: “il dissenso è legittimo, ma non così”
Nel suo post, l’assessore ha preso una posizione netta e senza ambiguità, sottolineando il confine tra libertà di espressione e rispetto dei beni pubblici.
“Il dissenso è legittimo, ma non può passare dal danneggiamento dei beni pubblici. Questi gesti li paghiamo tutti e non aiutano alcun dialogo”, ha dichiarato Babuder.
Parole che puntano a riportare il dibattito su un piano di responsabilità collettiva, evidenziando come azioni di questo tipo ricadano sull’intera comunità.
“Mi stupisco, ancora e con rammarico, che qualcuno invece li giustifichi”, ha aggiunto, esprimendo preoccupazione per le reazioni che, secondo l’assessore, rischiano di legittimare comportamenti dannosi.
Il costo invisibile del gesto: lavoro, tempo e risorse
Le immagini raccontano anche un altro aspetto: il lavoro necessario per rimediare. Operatori chini sulle panchine, interventi tecnici, tempo impiegato per cancellare ciò che è stato fatto in pochi minuti.
Un impegno che va oltre la semplice pulizia, trasformandosi in un costo reale per la città, sia in termini economici sia di risorse umane.
Un episodio che riaccende il confronto
L’accaduto riapre inevitabilmente il dibattito tra diritto di espressione e tutela del patrimonio pubblico.
Da un lato il bisogno di manifestare idee e posizioni, dall’altro il limite rappresentato dal rispetto degli spazi condivisi.
Una linea che, secondo Babuder, non può essere oltrepassata, soprattutto quando a pagarne le conseguenze è l’intera collettività.
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