Foibe, la memoria contesa e il peso della storia (FOTO)

Nel Giorno del Ricordo, la politica e la società civile si trovano ancora una volta a confrontarsi con il tema delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata. Una memoria che, a oltre settant’anni di distanza, continua a generare tensioni, riflessioni e, in alcuni casi, espliciti tentativi di rimozione.
A Basovizza, luogo simbolo della tragedia istriana e dalmata, si è svolta la cerimonia ufficiale con la partecipazione del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, del presidente del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, del sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza, e di numerose autorità civili e militari. Un evento che, come accade ogni anno, ha visto la presenza di studenti, associazioni di esuli e cittadini, tutti uniti in nome di una memoria che, per troppo tempo, è stata messa da parte dalla narrazione ufficiale della storia nazionale.
A rendere ancora più significativo questo momento di commemorazione è stata la comparsa, nei giorni scorsi, di scritte offensive all’ingresso del Sacrario, un chiaro segnale di un revisionismo ideologico che continua a dividere. Un atto che riporta alla luce un dato non trascurabile: la questione delle foibe è stata per decenni relegata a un angolo buio della storia italiana, vittima di un oblio collettivo, prima che il Parlamento, nel 2004, istituisse il Giorno del Ricordo.
È stato proprio il sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza, a sottolineare l’importanza di combattere chi ancora oggi nega l’evidenza storica, definendo il negazionismo “lo stadio supremo del genocidio”. Parole forti, che risuonano in un Paese dove la memoria delle foibe è stata a lungo distorta da interpretazioni ideologiche. Dipiazza ha ricordato il ruolo del Partito Comunista Italiano, che nei primi decenni del dopoguerra minimizzò, se non giustificò, le violenze subite dagli italiani dell’Adriatico orientale. Questa accusa riapre una ferita storica, poiché è indubbio che in quegli anni il PCI si trovò in una posizione ambigua, diviso tra fedeltà all’Unione Sovietica e un atteggiamento spesso compiacente nei confronti di Tito.
Non meno significativa è stata la dichiarazione del presidente Fedriga, che ha evidenziato come gli esuli istriani, fiumani e dalmati, una volta approdati in Italia, siano stati accolti con ostilità da una parte della società, considerati “traditori del comunismo”. Una verità storica che oggi finalmente emerge, ma che ha pesato come un macigno sulla vita di decine di migliaia di persone costrette a lasciare le loro terre.
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