50 anni dal terremoto: il ricordo di ANCE Alto Adriatico

Cinquant’anni fa, il 6 maggio 1976, alle 21.00, una scossa di magnitudo 6.5 colpiva l’alta valle del Tagliamento. La forza del sisma si scaricò su un’area di circa 900 chilometri quadrati e quattro mesi più tardi, l’11 e il 15 settembre, nuove scosse di assestamento tornarono a colpire una popolazione già provata. Il bilancio fu di 989 vittime, oltre 17.000 abitazioni distrutte e una superficie di circa 5.000 chilometri quadrati interessata dall’emergenza. È una storia che appartiene a molti. Si attivarono in prima persona i sindaci, i parroci, le imprenditrici e gli imprenditori, i tecnici, gli artigiani, le maestranze. E con loro arrivarono i volontari da tutta Italia, gli alpini, gli emigrati friulani che tornarono per dare una mano. Furono gli abitanti dei borghi a scegliere di ricostruire «dov’era e com’era», rifiutando l’idea di nuovi insediamenti. Oggi quelle vicende continuano a vivere nei racconti tramandati dai padri e dalle madri, dagli zii e dalle zie, dai nonni e dalle nonne alle generazioni successive.
Una lezione che attraversa le generazioni
Tra le tante voci che custodiscono questa memoria c’è anche quella di Michele Pecchi, Presidente di ANCE Alto Adriatico, per cui il terremoto del ‘76 rappresenta non solo una tragedia storica di portata straordinaria, ma anche un’eredità personale e professionale profondamente radicata. Attraverso i racconti di suo nonno, Ennio Riccesi, uno dei protagonisti del Consorzio Ricostruzione Friuli (CORIF), Pecchi dichiara di aver assimilato insegnamenti, valori e visione che ancora oggi orientano il proprio operato. Un patrimonio immateriale fatto di spirito di iniziativa, capacità organizzativa e senso di responsabilità collettiva, maturato in uno dei momenti più complessi della storia recente del territorio, e trasmesso nel tempo come modello di riferimento per affrontare le sfide contemporanee del settore delle costruzioni.
Il Consorzio si mosse rapidamente: prima con le strutture prefabbricate per dare un tetto agli sfollati, poi con il recupero delle attività produttive, degli immobili e delle chiese, parafrasando il celebre motto che avrebbe guidato tutta la ricostruzione, «prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese». «Sono troppo giovane per ricordare direttamente quegli anni», racconta Pecchi, «ma le storie di chi c’era continuano a parlarci. Ci dicono che gli imprenditori e le imprenditrici di allora avevano capito una cosa semplice: da soli si va meno lontano. E che fare sistema, mettere insieme le competenze, era la via per ricostruire non solo gli edifici, ma una comunità.»
Fare sistema: un’eredità che continua
Quell’esperienza non è andata perduta. Il modello associativo di ANCE Alto Adriatico, che oggi riunisce tre delle quattro province del Friuli (Gorizia, Pordenone e Trieste) prosegue idealmente quella lezione: costruire sinergie tra le imprese per essere più forti insieme. Già allora, sottolinea il Presidente, datori di lavoro e sindacati avevano intuito il valore strategico della bilateralità: le Casse Edili e le Scuole Edili avrebbero potuto fare la differenza per maestranze e imprese. Una visione che ancora oggi orienta il lavoro dell’Associazione e che continua a generare valore per tutto il mondo delle costruzioni del territorio.
Cicli economici diversi, lezioni che restano
«Da allora il settore ha percorso molta strada», osserva Pecchi, «ma i cicli economici sembrano non cambiare mai davvero. Le crisi si ripresentano con facce diverse: oggi sono la fine del PNRR, il venir meno degli incentivi fiscali e i rincari di materiali ed energia a mettere sotto pressione le imprese. Sullo sfondo restano sfide strutturali come intelligenza artificiale, sostenibilità, carenza di manodopera, che meritano spazio nell’agenda quotidiana, accanto alle urgenze del breve periodo». «Guardare lontano è l’unica strada per crescere. Le imprenditrici e gli imprenditori di allora lo sapevano: partendo dal basso, riuscirono a fare sistema tra quasi un centinaio di imprese, consegnando alle generazioni successive non solo edifici ricostruiti, ma una storia comune. È questo, oggi come allora, il vero patrimonio da celebrare: la capacità di condividere obiettivi, di lavorare insieme a sostegno del settore, delle maestranze e dell’intera società civile.»
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