Caso Alina, assoluzione definitiva per i poliziotti
Pubblichiamo dalla Segreteria Provinciale SAP
Sono passati 8 anni perché si mettesse la parola fine ad un incubo assurdo innescato dopo il gesto estremo della giovane donna.
Il SAP ha sempre riposto la completa fiducia nella Magistratura, ma nello stesso tempo mai ha avuto alcun dubbio sull’operato dei colleghi, vittime a loro volta di un meccanismo giudiziario e di un rebus di normative che evidentemente devono essere riviste.
Hanno infatti agito con le stesse modalità da anni, per adempiere ai propri doveri, in un campo come quello dell’immigrazione, dove le normative, sono complesse, in alcuni casi del tutto lacunose, dove la prevista “espulsione” e l’effettivo rimpatrio è spesso impossibile da attuare e rimane una parola utopistica.
8 anni di infamanti e pesanti accuse, che hanno sottoposto alla tortura mediatica poliziotti onesti, padri di famiglia nonché figli di genitori che hanno dovuto condividere e convivere con le pene di questa interminabile attesa.
Sono stati attribuiti nei confronti dei poliziotti aggettivi terribili come “carcerieri” ed avanzate accuse gravissime quali sequestro di persona, che avrebbero potuto portare ingiustamente a condanne pesantissime.
La stessa Polizia di Stato è stata infangata quando qualcuno definì il Commissariato di Opicina, come il “Commissariato degli orrori”.
Anni interminabili, angoscianti, nell’attesa di un verdetto che ridasse la dignità perduta, ma che non è stata più in grado di restituire ai poliziotti coinvolti la serenità perduta.
Una vita, quella dei colleghi implicati, quindi fortemente minata anche sotto l’aspetto umano, la preoccupazione di una vita professionale rovinata ed una economica e familiare pesantemente messa in discussione da una possibile, quanto ingiusta condanna.
Ora l’assoluzione definitiva quella che ci aspettavamo fosse tale fin dal primo giudizio.
Una vicenda questa che pone in maniera evidente la necessità di rivedere un sistema che mette troppo facilmente e troppo spesso sotto accusa i difensori della legalità e della brava gente.
Questo caso, è stato il classico esempio della mancanza di garanzie funzionali, quelle che il SAP da tempo invoca: regole chiare di quello che si può e quello che non si deve fare in un ambito lavorativo.
E’ stato il caso dove, chi appartiene alle forze dell’ordine, oltre ad essere esposto a carenze di tipo normativo e funzionale, si ritrova indagato per cause inerenti alle proprie funzioni.
Chi si ritrova in questa condizione non può e non deve attendere così a lungo per essere giudicato.
In merito, da tempo il SAP chiede che gli operatori di Polizia e delle Forze dell’ordine in genere coinvolti in vicende legate al proprio servizio vengano giudicati in processi rapidi gestiti dal Procuratore Generale, non al fine di ottenere dei privilegi, ma oltre che per ridurre costi, soprattutto per una giusta e totale legittimazione dell’Istituzione nella propria professione.
In questi otto anni questi colleghi hanno dovuto anticipare di tasca propria le spese legali nella speranza di un futuro risarcimento, ma hanno anche visto le loro carriere bloccate; perfino l’impossibilità di poter crescere professionalmente frequentando dei corsi interni di specializzazione, che in alcuni casi poi non potranno mai più essere effettuati per un limite d’età ormai sopraggiunta.
Giustizia ora è stata fatta! Ma a quale prezzo?
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