Adesso Trieste: "Una città accessibile migliora la vivibilità di tutti i cittadini"
Il 3 dicembre si celebra la Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità il cui fine è promuovere una più ampia sensibilizzazione sul tema, sostenere la piena inclusione delle persone con disabilità in ogni ambito della vita e ridurre ogni forma di discriminazione o violenza.
“Nel 2020 c’è ancora bisogno di sensibilizzare a proposito della disabilità? I disabili vengono ancora esclusi? E vi sono reali forme di discriminazione? - Barbara Chiarelli del comitato promotore di Adesso Trieste si pone questa domanda - considerato che viviamo in una società che si definisce “avanzata”. La risposta, tuttavia, è affermativa: c’è davvero bisogno di parlarne, e possibilmente non solo per un giorno all’anno”.
Chiaramente il primo soggetto a doversi preoccupare di innalzare il grado di accessibilità di una città è il suo Comune. Rendere una città più accessibile è una sfida urgente innanzitutto per rispondere ai bisogni delle fasce considerate più deboli, ma allo stesso tempo concorre a migliorare la vivibilità di tutti. Un marciapiede sconnesso e pieno di buche mette innanzitutto in pericolo chiunque abbia delle difficoltà motorie o sensoriali, e persino chi viene distratto dal proprio smartphone; ma la sua sistemazione, un marciapiede pianeggiante e correttamente mantenuto, permette chiaramente una migliore fruizione per tutti.
La disabilità infatti scaturisce dall’interazione del singolo individuo con l’ambiente circostante.
È quindi l’ambiente a disabilitare, a permettere o meno alle persone di svolgere la propria vita in base alle proprie condizioni temporanee, permanenti o situazionali. Il concetto di barriera architettonica, per esempio, è più o meno chiaro anche ai meno “esperti”. Questo alimenta però un fraintendimento: gli ostacoli che impediscono la fruizione dei luoghi e dei servizi non sono soltanto di natura fisica. Lo stesso vale se parliamo di accessibilità: si è inclini a pensare che riguardi strettamente solo chi vive condizioni di disabilità fisica. Eppure, anche la mancanza di un’adeguata segnaletica o di specifici accorgimenti per una persona ipovedente o sorda sono, a tutti gli effetti, degli ostacoli.
Il semaforo verde che dura troppo poco pone problemi di sicurezza per chi, senza avere alcuna disabilità riconosciuta, si muove con lentezza.
Il bagno “a norma” di un locale pubblico può mettere in seria difficoltà una neomamma o un neopapà, che in mancanza di un fasciatoio su cui cambiare il neonato, non possono accedervi.
Le scritte troppo piccole e poco chiare sulla tabella degli orari del trasporto pubblico locale creano problemi di leggibilità a chiunque non abbia 11/10.
Ma anche un ipotetico ufficio amministrativo a sportello che svolge servizio al pubblico per due sole ore al mattino per due volte al mese, senza darne adeguata comunicazione, crea dei problemi di accessibilità a chiunque.
Oltre alle “classiche” barriere architettoniche vi sono, dunque, tutta una serie di altre barriere più o meno visibili: di tipo sensoriale, di tipo cognitivo, di tipo comunicativo, di tipo culturale. Barriere che come si è detto limitano le possibilità di fruizione ai più.
Adesso Trieste intende affrontare il tema dell’accessibilità, cominciando dall’ascolto e inclusione dei cittadini nei processi decisionali: progettare e costruire spazi e servizi per tutti si può, ma per farlo è necessario conoscere le esigenze di chi vive quotidianamente la città, i suoi ostacoli e le sue potenzialità. I processi di partecipazione servono a questo: ascoltare, coinvolgere, co-progettare, condividere e imparare reciprocamente.
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