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Regione

Riforma delle Province: restituiamo voce, ordine e democrazia ai territori

redazione·
Riforma delle Province: restituiamo voce, ordine e democrazia ai territori

Il discorso di Calligaris sul DDL86 PROVINCE

“Da settimane abbiamo ascoltato molte critiche: alcune legittime, altre francamente prevedibili. Ci è stato detto che questa riforma sarebbe incompleta, che non chiarirebbe l’utilità delle Province, che non sarebbe stata abbastanza condivisa, che bisognerebbe rafforzare solo Comuni e Regione, che le funzioni di area vasta potrebbero continuare a essere esercitate da enti non elettivi.

Ecco, io credo che proprio qui emerga la grande contraddizione politica dell’opposizione: per voi, o per una parte di voi le Province non servono; se poi si dimostra che servono, allora non devono essere elettive. In sostanza, le funzioni possono anche esistere, purché non siano consegnate a organi scelti direttamente dai cittadini.

Noi la pensiamo in modo opposto. Se esistono funzioni che incidono sulla vita dei territori, sulla viabilità, sulle scuole, sull’ambiente, sulla programmazione, sul rapporto tra Comuni e Regione, allora quelle funzioni devono avere anche una responsabilità politica riconoscibile. Devono avere un volto, un mandato, una legittimazione democratica.

Devono rispondere ai cittadini, non soltanto agli equilibri amministrativi.

Questo disegno di legge non nasce per nostalgia. Non nasce per rimettere in piedi una fotografia del passato. Nasce per correggere un errore. Anzi, tre errori: un errore politico, un errore amministrativo e un errore storico.

Fu un errore politico, perché la soppressione delle Province fu figlia di una stagione ideologica, nella quale si pensava che cancellare un livello istituzionale significasse automaticamente modernizzare la Regione. Ma la modernità non consiste nel demolire. La modernità consiste nel costruire qualcosa che funzioni meglio. E voi, allora, avete demolito senza avere un modello migliore da mettere al suo posto.

Fu un errore amministrativo, perché ai cittadini venne raccontato che si sarebbero prodotti risparmi, semplificazione, efficienza. Il risultato, invece, lo abbiamo visto tutti: alle quattro Province si sostituì un sistema confuso, tortuoso, spesso respinto dai Comuni stessi. Le UTI furono uno degli esperimenti più complicati e meno amati della storia amministrativa regionale. Un impianto costruito in laboratorio, imposto ai territori, modificato più volte perché non riusciva a stare in piedi nemmeno sulle proprie premesse.

E fu anche un errore storico, perché le Province in Friuli Venezia Giulia non erano soltanto un livello amministrativo. Erano riferimenti territoriali, culturali, identitari. Erano il Friuli, il Pordenonese, il Goriziano, Trieste. Erano comunità con storie diverse, sensibilità diverse, vocazioni diverse. Cancellarle significò indebolire quella pluralità sulla quale si fonda anche la nostra autonomia speciale.

Perché la specialità del Friuli Venezia Giulia non è un’etichetta. È la capacità di tenere insieme territori diversi, lingue diverse, storie diverse, comunità diverse. E quando si colpiscono i riferimenti istituzionali di quelle comunità, non si fa una riforma neutra: si indebolisce il tessuto stesso della Regione.

Oggi noi rimettiamo ordine. Non torniamo indietro: rimettiamo in piedi un sistema più chiaro, più democratico, più rispettoso dei territori.

E permettetemi anche una considerazione sulla richiesta di referendum. La partecipazione popolare è una cosa seria. Ma diventa meno credibile quando viene invocata solo dopo aver cancellato le Province senza chiedere nulla ai cittadini. Quando si decise di smantellare quel sistema, dov’era questa improvvisa passione referendaria? Dov’era la richiesta di ascoltare i territori? Dov’era il bisogno di far decidere i cittadini?

Non solo. Oggi l’opposizione regionale dovrebbe mettersi d’accordo anche con il proprio campo politico nazionale. Perché al Senato, alcuni senatori del centrosinistra hanno presentato un disegno di legge per il ripristino dell’elezione diretta delle Province, sostenendo un principio molto semplice: non può esserci vero decentramento amministrativo senza rappresentanza democratica.

Allora la domanda è semplice: il centrosinistra nazionale riconosce che le Province devono tornare a essere enti democraticamente rappresentativi, mentre il Pd regionale sostiene che in Friuli Venezia Giulia questo non debba valere. In Regione l’autonomia speciale serve solo quando conviene. La rappresentanza democratica è un principio valido a Roma ma non a Trieste.

Vedete, colleghi, questa è la contraddizione più evidente. Da una parte dite che bisogna rafforzare i territori. Dall’altra vi opponete all’unico livello istituzionale che può raccordare davvero Comuni e Regione. Da una parte parlate di partecipazione. Dall’altra avete difeso per anni modelli non elettivi, lontani dai cittadini, spesso incomprensibili perfino agli amministratori locali. Da una parte chiedete chiarezza. Dall’altra rimpiangete un sistema che ha prodotto solo confusione.

Noi oggi facciamo una scelta limpida. Le funzioni di area vasta servono. I Comuni, soprattutto quelli piccoli, hanno bisogno di supporto. La Regione deve alleggerirsi da compiti amministrativi che non sempre è giusto concentrare a Trieste. E i cittadini devono poter eleggere chi governa quel livello intermedio.

Questa è la differenza tra amministrazione senza politica e istituzioni con responsabilità democratica. Questa è la differenza tra enti tecnici che gestiscono e Province che rappresentano. Questa è la differenza tra un modello calato dall’alto e un modello che restituisce voce ai territori.

Stiamo chiudendo una stagione di errori e aprendo una fase nuova. Una fase in cui Regione, Province e Comuni tornano a essere i pilastri di un sistema ordinato, riconoscibile e vicino alle comunità.

Per questo rivendichiamo con convinzione il lavoro fatto. Rivendichiamo la scelta politica di questa maggioranza. Rivendichiamo il coraggio di correggere ciò che non ha funzionato. E rivendico, soprattutto, il diritto dei cittadini del Friuli Venezia Giulia ad avere istituzioni efficienti, ma anche democraticamente responsabili.

Perché la vera autonomia non è amministrare dall’alto. La vera autonomia è permettere ai territori di riconoscersi nelle istituzioni che li rappresentano.”

 

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