Un silenzio che pesa come un grido: a Trieste una performance per non dimenticare l’Iran (VIDEO)
Quando l’evento si conclude e la folla lentamente si disperde, ciò che resta è spesso più potente di ciò che si è visto durante la performance. A Trieste, nelle ore successive all’iniziativa di sensibilizzazione dedicata all’Iran, le immagini parlano ancora. Parlano dall’asfalto, dai cartelli, dalle luci accese a terra, dai volti stampati e lasciati in piazza come a dire che certe storie non possono essere raccolte e portate via.
Le fotografie scattate raccontano un allestimento essenziale ma durissimo: sagome nere disposte sul pavimento, illuminate da piccole luci, come corpi senza voce. Attorno, persone che osservano in silenzio, si fermano, leggono, abbassano lo sguardo. Non c’è bisogno di spiegazioni lunghe: la scena è immediata, comprensibile, impossibile da ignorare.
Il linguaggio del silenzio
Non ci sono palchi, non ci sono amplificazioni, non ci sono slogan urlati. Il messaggio passa attraverso la forza visiva. I teli neri stesi a terra, accompagnati da immagini e nomi, diventano una rappresentazione simbolica delle vite spezzate. Le luci accese disegnano un perimetro di rispetto, quasi un confine sacro che separa l’indifferenza dalla consapevolezza.
Chi attraversa la piazza è costretto a rallentare. A guardare. A leggere. È una comunicazione che non chiede consenso, ma attenzione. E la ottiene.
Volti, nomi, storie che non devono scomparire
Sui cartelli compaiono volti di bambini, ragazzi, donne, accompagnati da età, nomi, date. Ogni immagine è una storia interrotta. Ogni fotografia rompe la distanza tra “altrove” e “qui”. L’Iran non è più solo una parola o una notizia lontana: diventa uno sguardo che incrocia quello dei passanti.
Accanto, cartelli con messaggi chiari, scritti a mano, diretti, senza retorica. Frasi che parlano di diritti, di violenza, di silenzi imposti. Parole che, messe sull’asfalto, sembrano più pesanti di qualsiasi discorso.
Una piazza che si trasforma
La piazza, spazio quotidiano di passaggio, si trasforma per qualche ora in luogo di memoria e coscienza. Le persone si muovono ai margini dell’allestimento, con rispetto. Alcuni si fermano più a lungo, altri scattano una foto, altri ancora restano in silenzio. Non c’è un unico modo di reagire, ma c’è un effetto comune: nessuno resta indifferente.
Le immagini mostrano anche il momento successivo, quando l’evento è finito ma le tracce restano. È forse il momento più forte: quando non c’è più l’azione, ma solo ciò che ha lasciato.
Sensibilizzare senza spettacolarizzare
La forza di questa iniziativa sta anche qui: non spettacolarizza il dolore, non lo trasforma in intrattenimento. Lo mette davanti agli occhi, con sobrietà e fermezza. Non cerca l’applauso, ma la riflessione. Non chiede adesione politica, ma umanità.
Trieste, in questo contesto, diventa una città che osserva, ascolta, si ferma. Anche solo per qualche minuto. E in quei minuti, il messaggio passa.
Il dopo evento come responsabilità
Un evento di questo tipo non finisce quando si smonta l’allestimento. Continua nelle immagini condivise, nei pensieri di chi ha visto, nelle domande che restano. Le fotografie scattate dopo raccontano proprio questo: la persistenza del messaggio, il suo rimanere anche quando la piazza torna lentamente alla normalità.
Ed è forse questo l’obiettivo più alto della sensibilizzazione: lasciare un segno che non si cancella con un colpo di scopa.
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