Ascesa e caduta della città di Mahagonny sul palco del Teatro Verdi con la direzione musicale di Beatrice Venezi

Per la prima volta a Trieste un capolavoro raro della più seducente e perciò efficace e corrosiva critica alla società capitalista della grande coppia drammaturgica Kurt Weill e Bertold Brecht, Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny (Ascesa e Caduta della città di Mahagonny), nella lodata regia di Henning Brockhaus e con la direzione musicale di una sorprendente Beatrice Venezi al suo debutto sul titolo. Un’estetica alla Hopper, una musica ricchissima, con veri evergreen popolari incastonati come gioielli melodici e seduttivi in un quadro spesso esplosivo, un ampio cast internazionale per un’opera che oggi più che mai, a distanza di quasi 100 anni dalla composizione, mostra un’attualità disturbante. In una trama allucinata e distopica l’opera teatrale narra infatti, tra cabaret e teatro musicale, dell’ascesa e caduta di una società e relativa città immaginarie, fondate esclusivamente sul culto sfacciato del denaro, prive di qualsiasi altra regola che non sia un evidente, schiacciante, esibito successo economico, nonché di un godimento sfrenato e indiscriminato del medesimo, finchè questa logica insensata non porta alla sciagura ed al collasso per autocombustione.
Il regista tedesco Henning Brockhaus commenta al riguardo: “Mahagonny è una metropoli del piacere e del divertimento, un paradiso del whisky, del cibo senza limiti, dei bordelli lussuriosi. È un luogo dove i soldi possono tutto, ma alla fine non servono a nulla: non vi si compra la felicità, né tantomeno la vita. Il protagonista Jim Mahoney, con l'impeto di un rivoluzionario "da Capitale", impone la legge del «tu puoi fare tutto».“. E ancora nella sua rilettura di un capolavoro che non solo ha subito la censura nazista, ma nemmeno nel secondo dopo guerra è mai entrato stabilmente nel repertorio dei teatri tedeschi, aggiunge: “In Mahagonny manca del tutto la fascia sociale degli operai, ma per questa messinscena si è creato nel fondo del palcoscenico un mondo di poveri e sfruttati: esistono come un’ombra, ma la loro presenza è angosciante. L’ispirazione per le scene e i costumi giunge anche dal pittore americano Hopper: l’America ha creato un sogno di felicità con il capitalismo, ma la ricchezza è basata sul crimine. A Mahagonny gli imprenditori sono criminali, ma anche giudici di sé stessi. Fondano la città del godimento che promette di realizzare tutti i sogni: l’utopia del piccolo borghese.”
Dunque una visione registica che incide ancor più profondamente sul cortocircuito tra la piacevolezza dell’opera e la durezza del messaggio, perfettamente in linea con la visione del Direttore Musicale Beatrice Venezi che sottolinea: “È uno strumento di realtà, la musica, e dirigere Mahagonny oggi significa rifiutare l’idea che le note portino alla redenzione. Brecht e Weill costruiscono un’opera che non consola, ma osserva; non sublima, ma espone. Mahagonny è una città fondata sulla promessa della libertà assoluta, che si rivela presto come libertà di consumare, di essere consumati, di esaurire sé stessi. In questo senso, non è una distopia lontana: è uno specchio lucidissimo del nostro presente neoliberale, della società dello spettacolo, del consumo dell’identità come valore economico e simbolico. La musica di Weill è seduttiva e corrosiva allo stesso tempo. Usa la tonalità non come garanzia di senso, ma come linguaggio svuotato, familiare e instabile al tempo stesso, capace di attrarre mentre tradisce. È una musica che promette stabilità mentre ne denuncia l’impossibilità. Non è la crisi del sistema tonale, ma la crisi del suo significato.”.
Una lettura che dunque rivede Mahagonny anche alla luce del suo ironico e strano destino proprio nella terra a cui allude, gli USA, pur senza appartenervi, infatti molte delle canzoni e duetti più celebri dell’opera sono entrate sin dagli anni ’50 del Novecento nel repertorio dei grandi crooner americani proprio per la loro costruzione ‘pop’, diventando standards amatissimi nella cosiddetta musica di consumo, pur essendo nati per denunciare la logica imperante del ‘consumo’, tanto che, ad esempio, Alabama Song (Whisky Bar) è stata interpretata da David Bowie, The Doors, Dalida, Milva fino a Marylin Manson.
Per un appuntamento così prezioso e raro il Verdi presenta dunque un cast di altissimo livello con il mezzosoprano russo Alisa Kolosova, star internazionale per due anni di seguito ad Arena di Verona e protagonista sui palchi più prestigiosi del globo, in alternanza con un’altra diva internazionale del calibro di Nozomi Kato, subito dopo a Chicago, per il ruolo di Leokadja Begbick, fondatrice della città di Mahagonny. Quindi due giovani di grandissimo talento ed eccellente carriera per Jenny Hill, la disinibita leader del gruppo di ragazze in cerca d’amore e denaro che cadono nella trappola di Mahagonny: il soprano argentino Maria Belen Rivarola, esperta anche del genere spagnolo della Zarzuela, e la messinese Silvia Caliò, già sul palco del Maggio Musicale Fiorentino con la guida di Ivan Ciampa. Il protagonista maschile Jim Mahoney sarà invece affidato al tenore di lungo corso Cristiano Olivieri, in alternanza con il giovane argentino Santiago Martinez. L’ampio cast prosegue con il tenore Nicola Pamio nel doppio ruolo di Jack O’Brian e Tobby Higgins, il baritono Marcello Rosiello come Bill e Adriano Gramigni come Joe. Infine nel ruolo del narratore il volto e la voce ben conosciuti in città di Giacomo Segullia.
La rappresentazione andrà in scena domani 30 gennaio alle 20 con le seguenti repliche:
S Sabato 31 gennaio 2026 ore 16.00
D Domenica 1 febbraio 2026 ore 16.00
B Venerdì 6 febbraio 2026 ore 20.00
C Sabato 7 febbraio 2026 ore 18.00
E Domenica 8 febbraio 2026 ore 16.00
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