Il Comitato NO IMEC contro i traffici d’armi e la militarizzazione dei porti, a Trieste e a Monfalcone
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Il 30 ottobre i lavoratori portuali di numerosi Paesi incroceranno le braccia contro la guerra, il riarmo e la militarizzazione nei porti. Una mobilitazione internazionale del comparto, che mette al centro il contrasto ai traffici internazionali di armi ed avrà ripercussioni anche a Trieste. Sempre venerdì 30 ottobre, in Italia, si terrà lo sciopero generale convocato da USI, USB, COBAS e altre sigle sindacali, con rivendicazioni che mettono al centro, anche in questo caso, l’opposizione alla guerra e alle politiche di riarmo volute dal governo Meloni. Nell’imminenza di tale mobilitazione internazionale e nazionale, il Comitato NO IMEC ha indetto un incontro odierno con la stampa, sotto la direzione dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli in Largo Panfili 1 a Trieste, per illustrare le azioni legali intentate a livello nazionale e locale finalizzate a ottenere trasparenza sui traffici di armi nei porti italiani, a Trieste e Monfalcone in particolare. Si tratta delle azioni legali promosse dalla giornalista d’inchiesta Linda Maggiori che, assistita dall’avvocato Andrea Maestri, ha affrontato, vincendola, una causa intentata dall’Avvocato dello Stato (rappresentante la Presidenza del Consiglio) e ottenuto la sentenza dell’8 ottobre 2026, allegata al presente comunicato, che afferma il dovere di trasparenza delle Agenzie delle Dogane quando i cittadini chiedono di sapere dei traffici di armi.
Nella causa sono intervenuti, a sostegno dell’azione di Linda, l’Osservatorio sulle armi nei porti europei e del Mediterraneo – Weapon Watch – e il sindacato USB. Tale causa è partita dopo la richiesta di accesso agli atti avanzata all’Agenzia delle Dogane di Ravenna dalla giornalista, per accertare l’avvenuto transito di munizioni imbarcate sulla nave Zim New Zealand, diretta dal porto romagnolo ad Haifa in Israele, in violazione della legge 185/90 sull’import-export nazionale armiero. Dopo il rifiuto di fornire i dati chiesti della Dogana ravennate (mentre venivano rilasciati per altra spedizione al porto di Livorno) Maggiori ha ottenuto il via libera del Tar regionale Emilia Romagna; ma l’Avvocato dello Stato ha impugnato il provvedimento, indicante “la quantità di materiale bellico e componenti di armamenti partiti dal porto di Ravenna nel 2025, divisi per quadrimestre [gennaio-aprile, maggio-agosto, settembre-dicembre] e divisi per export-transito” ritenendo che la diffusione delle “informazioni de quibus consentirebbe alle potenze straniere di avere contezza del ruolo strategico del porto di Ravenna (mai classificato porto militare) nell'attuale contesto in cui è in corso una guerra mondiale “a pezzi” e “ibrida”, che coinvolge anche l’Italia”. (Vedi memoria del 20 agosto 2026, allegata al presente comunicato).
Per la prima volta un organo dello Stato afferma che il nostro Paese è in guerra, anche se nessuno l’ha mai dichiarata e la popolazione tutta, Parlamento compreso, non ne è informata. Com’era auspicabile, il Consiglio di Stato ha rigettato il ricorso e soste- nuto il diritto della giornalista a ottenere informazioni chieste regolarmente. Uguale domanda di accesso agli atti era stata avanzata anche alle Dogane di Trieste, e di Gorizia per Monfalcone; ottenendo come a Ravenna, prima della suddetta sentenza del Consiglio di Stato, un rifiuto dall’Agenzia di Trieste (alleghiamo tale risposta). Linda Maggiori ha dunque presentato, lo scorso 19 ottobre, istanza di riesame della risposta sulla base della sentenza del Consiglio di Stato e ha integrato l’istanza rivolta a Gorizia. Questo l’antefatto in base al quale il Comitato NO IMEC, che da tempo sostiene l’iniziativa contro la militarizzazione dei porti di Trieste e Monfalcone, ha preso in carico la questione e oggi la pone agli organi di stampa e mediatici locali Ricordiamo che, nel 2015, grazie ad un esposto rivolto alla Procura di Trieste contro l’invio di armi dal porto verso gli Emirati e l’Arabia già in guerra con lo Yemen, Autorità portuale e Capitaneria avevano predisposto un’Ordinanza per vietare l’ingresso di esplosivi a Trieste e Monfalcone, per la prima volta in Italia, in base alla Legge 185/90. In seguito, nel 2024, durante la 3a Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza, il Vescovo Enrico Trevisi aveva scritto all’Autorità Portuale in difesa della Legge 185 contro i traffici di armi.
Ricordiamo inoltre che, per il porto di Trieste, deve valere il diritto internazionale che, con il Trattato di Pace di Parigi, del 1947, ha stabilito, all’Allegato Ottavo, l’apertura dello scalo marittimo a tutti gli attori internazionali e ha istituito, all’Allegato Sesto, il Territorio Libero di Trieste, demilitarizzato e neutrale. Ciò è l’opposto di quanto sta facendo in questo momento il governo Meloni che, su pressione statunitense, ha negato il coinvolgimento del porto di Trieste nella via della seta cinese e lo sta funzionalizzando alle politiche di guerra della Nato, con l’Iniziativa dei Tre Mari o Trimarium, e di Israele, con il corridoio IMEC. L’asservimento dei nostri porti alla logistica militare è causata dalla politica di guerra e di riarmo perseguita dall’Unione Europea, dagli Stati Uniti e dal governo italiano.
Quanto emerso dall’istanza di accesso rispetto alle Agenzie delle Dogane di Livorno è spaventoso: per il porto della città toscana risultano passate 494,2 tonnellate di esplosivo nel 2025, 120 tonnellate da gennaio a giugno di quest’anno (tutte dirette a paesi extraeuropei, probabilmente a Israele), 379,8 tonnellate di proiettili e cartucce e persino alcuni missili. Quante armi passano o potrebbero passare da Trieste, che i progetti IMEC e Trimarium, assieme agli altri scali dell’Adriatico, vogliono pienamente integrare nei traffici di armi verso l’Ucraina e Israele? Vogliamo avere i dati attuali e siamo sicuri che l’Agenzia delle Dogane di Trieste, dopo la sentenza del Consiglio di Stato, non potrà più nascondersi dietro questioni di “sicurezza”, “difesa” e “tutela delle relazioni internazionali”, come ha fatto nella precedente risposta.
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