Stefano Puzzer: "Sono stato licenziato dal Porto" (VIDEO)
“Ieri, venerdì 15 aprile 2022, ho ricevuto una lettera dal postino, una raccomandata”.
Inizia così l’intervento video dell’ormai ex portuale triestino Stefano Puzzer
“L’ho aperta – continua - e nella lettera era riportato il mio licenziamento dal Porto di Trieste. Ero consapevole che era una possibilità a cui andavo incontro, ma la mia preoccupazione era prettamente indirizzata alla mia famiglia e agli amici e quindi la giornata di ieri l’ho passato ad avvertire a chi è più caro a me perché non volevo lo venissero a sapere da altri, visto che già in passato c’erano state fughe di informazioni. Quello che sto facendo, lo sto facendo non per passare per martire. Infatti sono orgoglioso di quello che ho fatto, i miei colleghi, i cittadini di Trieste nelle varie aziende, i cittadini italiani arrivati al Porto di Trieste da ogni parte del Paese. Questa è la conseguenza del fatto che noi siamo puri, crediamo nei nostri diritti, non ci piegheremo mai a questo sistema marcio. Io con i colleghi siamo da oltre 6 anni che lottiamo contro il sistema. Avevamo creato un sindacato autonomo che stanno tentando anch’esso di distruggere come stanno cercando di fare con me”.
“Ai delatori dico – ancora – da 6 anni state cercando di piegare me e i miei colleghi, non ce l’avete fatta mettendomi un gps sotto la mia auto e pensando di trovare chissà cosa, manomettendomi l’auto, inquinando le mie urine con la cocaina. Siamo sempre riusciti ad andare contro il sistema ed era stato ammesso che le urine sono state inquinate. Quindi ora sapete che non siamo solo da ottobre 2021 che stiamo lottando contro questo sistema che non ha fatto altro che appoggiare queste discriminazioni, ma da oltre 6 anni, peraltro chi ci sta dando contro senza metterci la faccia, facendoli rimanere negli incarichi dirigenziali, spartendosi gli appalti. Sono fiero di essere stato coerente, di non essermi piegato al sistema, di aver detto il 15 ottobre che non sarei tornare a lavorare fino a quando anche solo un mio collega non poteva tornare al proprio posto di lavoro. Non mi elevo a leader, fenomeno, capo-popolo. Ho fatto ciò che qualsiasi altro lavoratore portuale avrebbe fatto. Non mi permetto di giudicare chi è tornato a lavorare”.
“Il licenziamento – conclude – è una decisione presa dall’azienda. Io mi batterò con tutte le mie forze contro questa decisione, perché non si possono permettere di portarmi via da casa mia. Il mio lavoro è un senso di appartenenza, io sono un lavoratore portuale e prima o poi lo tornerò a fare. Questo è solo una è la conseguenza di una persona che ha voluto combattere contro il sistema”.
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