“Questa non è più spesa, è follia”: prezzi alle stelle e supermercati deserti di personale

Pane a 5 euro, verdura a 4 euro al chilo. Per molti triestini fare la spesa non è più un gesto normale, ma una prova di resistenza. È da questa sensazione di esasperazione che nasce lo sfogo di un cittadino, diventato in poche ore il ritratto di un malcontento sempre più diffuso in città.
Il tema degli aumenti nei supermercati è ormai quotidiano, ma ciò che colpisce non è solo il costo dei prodotti. A far scattare l’indignazione è anche il modo in cui la spesa viene oggi “gestita”, soprattutto in alcuni punti vendita cittadini, come segnalato in via Coroneo.
Qui, racconta il triestino, la presenza delle cassiere è praticamente scomparsa. Nessuna cassa tradizionale, nessun volto dietro al nastro trasportatore. Il cliente entra, sceglie i prodotti, pesa la verdura, passa alla cassa automatica e fa tutto da solo. Un sistema che, secondo lo sfogo, scarica il lavoro sul consumatore e cancella un servizio che per decenni è stato parte integrante dell’esperienza quotidiana.
Il problema, però, non è solo pratico. È anche sociale. Le casse automatiche rappresentano un ostacolo evidente per le persone anziane, che spesso hanno difficoltà con carte, bancomat, pagamenti elettronici e procedure digitali. Per loro, fare la spesa rischia di diventare un momento di stress, non di autonomia.
Nel racconto emerge anche un dettaglio che ha fatto discutere: la commessa, sollevata dal lavoro in cassa, appare “molto contenta” di non dover più svolgere quella mansione. Ma dietro questa apparente leggerezza, il triestino vede una realtà ben diversa: un sistema costruito per ridurre il personale e aumentare i profitti delle grandi catene.
Secondo questa lettura, l’automazione non è un servizio in più, ma una strategia precisa. Meno dipendenti, meno costi, più guadagni. E clienti che, di fatto, lavorano gratis al posto dei commessi.
Da qui l’appello diretto: smettere di servirsi in quei supermercati che eliminano le casse tradizionali e difendere così i posti di lavoro. Una scelta di consumo consapevole, vista come unica forma di protesta concreta.
Non manca anche una chiamata in causa dei sindacati, accusati implicitamente di non intervenire abbastanza su un tema che tocca occupazione, dignità del lavoro e qualità dei servizi. Secondo lo sfogo, una manifestazione sarebbe non solo opportuna, ma necessaria.
Il tutto si chiude con una frase che suona come un’amara constatazione: “Povera Trieste”. Una città che, tra rincari, automazione spinta e servizi che scompaiono, rischia di perdere pezzi della sua quotidianità senza nemmeno accorgersene.
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