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Cronaca

“Possono spegnere internet, non la libertà”: Trieste scende in piazza sabato per l’Iran

Martina Lucia Marsi ·
“Possono spegnere internet, non la libertà”: Trieste scende in piazza sabato per l’Iran

Ci sono frasi che non sono solo slogan. Sono una dichiarazione di resistenza. Un messaggio che attraversa i confini, buca il rumore, scavalca i blackout e arriva dritto dove deve arrivare: nelle strade, tra le persone, nei gesti concreti.

Possono spegnere internet. Non possono spegnere la libertà.” È questa la scritta che domina il manifesto della mobilitazione annunciata a Trieste: un invito chiaro, netto, senza ambiguità, rivolto a chi non accetta che la repressione diventi normalità e che il silenzio sia la risposta.

Per questo Trieste si prepara a scendere in piazza, con un appuntamento che vuole essere insieme memoria e impegno, pietà e determinazione, umanità e scelta.

La manifestazione: data, luogo e orario

L’iniziativa è una manifestazione pacifica a sostegno del popolo iraniano, pensata “in memoria delle vittime della repressione” e per chiedere ciò che in molte parti del mondo è ancora un rischio: libertà, diritti umani, democrazia.

L’appuntamento è fissato in un luogo simbolico della città, in pieno centro: Piazza della Borsa, Trieste.

La data è 17 gennaio, con orario 11:00 – 13:00.

Una finestra precisa, due ore che vogliono diventare un segnale visibile: Trieste presente, Trieste schierata, Trieste che non si volta dall’altra parte.

Il cuore del messaggio: contro la repressione e contro il silenzio

Il manifesto non lascia spazio a interpretazioni: l’iniziativa nasce “al fianco del popolo iraniano contro la repressione e il silenzio”.

Due parole che pesano come pietre.

Repressione, perché ciò che sta accadendo in Iran non è una semplice tensione politica: è la forza che schiaccia, che arresta, che intimidisce, che spegne le voci. E quando una voce viene spezzata, spesso viene spezzata anche una vita.

Silenzio, perché il secondo nemico è quello più subdolo: l’indifferenza, la rassegnazione, il “non ci riguarda”. Il silenzio che diventa complicità involontaria. Il silenzio che copre ciò che dovrebbe indignare tutti.

Ed è proprio contro quel silenzio che Trieste sceglie di fare rumore.

“Spegnere internet” come strategia di controllo

La frase simbolo del manifesto parla chiaro: spegnere internet è oggi uno degli strumenti più potenti per fermare una società che prova a reagire. Significa tagliare ponti, isolare persone, impedire testimonianze, oscurare la realtà.

Ma la frase aggiunge subito l’altra metà, quella che vale come promessa: la libertà non si spegne.

Perché internet è un mezzo, la libertà è una corrente. E quando una corrente passa tra le persone, si può rallentare, si può colpire, si può reprimere, ma non si cancella. È un fatto umano prima che politico.

Trieste, città di confine che sceglie di essere voce

Trieste non è una città qualsiasi quando si parla di libertà e confini. È una città che porta nella pelle e nella memoria il senso delle frontiere, la fragilità dei diritti, il peso della storia. E forse è proprio per questo che iniziative come questa qui non suonano mai “lontane”.

Trieste conosce il valore delle parole “democrazia” e “diritti umani” perché sa cosa succede quando diventano parole vuote.

Piazza della Borsa, per due ore, diventa molto più di una piazza: diventa un microfono aperto, una luce accesa, una presenza collettiva.

Una manifestazione pacifica, ma non debole

La parola “pacifica” nel manifesto è centrale. Qui non si parla di rabbia cieca: si parla di dignità. Di stare, di esserci, di mostrare un volto umano di fronte a un volto disumano.

Una piazza pacifica non è una piazza fragile. È una piazza che sceglie il terreno più difficile: quello della fermezza senza violenza. Quello della verità senza odio. Quello della solidarietà senza interessi.

È il modo più netto per dire: noi vi vediamo. E se vi vediamo, non siete soli.

Un invito che riguarda tutti

Il manifesto chiama alla partecipazione in modo trasversale: non è una questione di colori o appartenenze. È una questione di coscienza.

Chi scende in piazza lo fa per ricordare le vittime della repressione, ma anche per difendere qualcosa che riguarda tutti: l’idea che la libertà non può dipendere dall’arbitrio di un regime.

La libertà è o è per tutti. Oppure non è.

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