Non solo Muggia: posta nel caos anche a Trieste: “Cassette vuote da luglio, reclami inutili”

Il caso delle bollette fantasma e della posta che arriva quando ormai non serve più non sarebbe circoscritto a Muggia. Dopo l’articolo pubblicato da Trieste Cafe sul disservizio segnalato tra Aquilinia e Montedoro, in redazione è arrivata una nuova testimonianza che sposta l’attenzione direttamente su Trieste.
A scrivere è un cittadino residente in città, nella zona Piccardi-Donadoni, che racconta di vivere un disservizio simile da mesi, sostenendo che il problema sarebbe iniziato addirittura a luglio, quindi prima del periodo indicato nella segnalazione muggesana.
“A Trieste cassette vuote da mesi”: la denuncia dalla zona Piccardi-Donadoni
La descrizione è netta: recapito irregolare o assente, cassette postali “desolatamente vuote”, lettere che non arrivano, bollette e comunicazioni importanti che restano fuori dalla vita quotidiana delle persone.
Il cittadino afferma di seguire la questione da tempo e di non parlare di episodi isolati, ma di un andamento prolungato che sta creando disagi reali, soprattutto per ciò che riguarda documenti essenziali: bollette, comunicazioni da enti e scadenze che non aspettano i ritardi della posta.
I reclami e la risposta di Poste: “emerse criticità nella fase di recapito”
Nella lettera inviata a Trieste Cafe si parla di numerosi reclami inoltrati a Poste Italiane nel corso dei mesi. Viene riportata anche una risposta ricevuta il 23 ottobre 2025, in cui sarebbe riconosciuta l’esistenza di problematiche:
“A seguito delle nostre verifiche, Le comunichiamo che in effetti sono emerse alcune criticità nella fase del recapito…”
Secondo il cittadino, però, quel riscontro non avrebbe portato ad alcun miglioramento. La situazione, viene sottolineato, non sarebbe cambiata: le cassette sarebbero rimaste vuote e la consegna continuerebbe a non risultare regolare.
Federconsumatori: “problematiche note già da tempo”
Nel testo si racconta anche di contatti con altre realtà, di essersi recato presso la Federconsumatori, dove avrebbe incontrato anche il presidente Angelo d’Adamo. Il cittadino afferma che, a fronte di segnalazioni effettuate per altri casi, sarebbe arrivata una risposta sostanzialmente identica a quella ricevuta dai privati.
“Pacchi di posta inevasa”: il racconto dal Centro Operativo di via Brigata Casale
Uno dei passaggi più forti riguarda quanto l’autore dice di aver visto al Centro Operativo di via Brigata Casale a Trieste. Il cittadino sostiene di essersi recato più volte lì e di aver osservato addetti uscire con pacchi più o meno voluminosi di posta inevasa destinata al suo condominio.
Il contenuto, secondo la testimonianza, sarebbe stato vario e pesante: bollette Hera, comunicazioni Inps e altra corrispondenza rimasta ferma, non consegnata regolarmente ai destinatari.
“Ci hanno esteso le zone, non ce la facciamo più”: le parole attribuite al postino
Il cittadino racconta anche un episodio significativo: dopo mesi senza riuscire a incontrare il postino competente della zona, un giorno lo avrebbe incrociato e chiesto spiegazioni.
La risposta riportata nella segnalazione sarebbe stata questa, più o meno: la direzione avrebbe deciso di estendere le zone di consegna nonostante una carenza di personale, e gli addetti non riuscirebbero più a gestire il carico di lavoro.
Un elemento che, nella ricostruzione, porterebbe a una conseguenza logica: chi paga davvero i ritardi è il cittadino, cioè l’ultimo anello della catena.
L’appello a Trieste Cafe: “il cittadino ha diritto di ricevere la posta”
Il senso della lettera è un invito esplicito: occuparsi del problema come già fatto in altri casi, portando attenzione pubblica sul disservizio.
Viene anche sottolineato un aspetto che molti ignorerebbero: una parte consistente delle consegne oggi avviene tramite corrieri privati, e proprio per questo qualcuno può illudersi che “la posta arrivi regolarmente”, senza rendersi conto che ciò che manca è il recapito tradizionale di Poste Italiane.
“Se la spedizione è Poste-SDA rinuncio all’ordine”: la sfiducia che diventa abitudine
La chiusura della segnalazione è forse la fotografia più efficace del danno, perché racconta come il disservizio diventi comportamento quotidiano.
Il cittadino scrive che, se deve fare un acquisto online, la prima domanda che fa al venditore è quale vettore verrà utilizzato. E se la risposta è Poste-SDA, afferma di rinunciare direttamente all’ordine.
Una frase che non è solo uno sfogo: è la misura della fiducia che si rompe, giorno dopo giorno, quando un servizio essenziale smette di funzionare.
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