giovedì 23 luglio 2026
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Cronaca

Le parole triestine che un turista non capisce: cosa vuol dire “mulo”, “cicca”, “bon”

Luca Marsi·
Le parole triestine che un turista non capisce: cosa vuol dire “mulo”, “cicca”, “bon”

A Trieste il dialetto non resta chiuso nelle espressioni folkloristiche. Entra nel parlato quotidiano, si mescola all’italiano e diventa lingua vera, usata tutti i giorni senza pensarci. È per questo che chi arriva da fuori, anche solo per pochi giorni, prima o poi si trova spaesato.

Non perché le parole siano difficili, ma perché non vogliono essere tradotte. Funzionano solo dentro il contesto giusto. E quando escono da lì, perdono senso.

“Mulo”: molto più di un ragazzo

Per un turista, sentire la parola mulo può creare confusione. In italiano indica un animale, e l’effetto è immediato. A Trieste, però, mulo vuol dire ragazzo, spesso giovane, spesso in modo informale.

Non è offensivo, non è ironico di per sé. Dipende dal tono. Può essere affettuoso, neutro, a volte anche un po’ brusco, ma senza cattiveria. È una parola che si usa senza pensarci, tra amici, in strada, persino in famiglia.

Sentire frasi come “quel mulo lì” o “el mulo xe in ritardo” per un triestino è normale. Per chi viene da fuori, no.

“Cicca”: una parola, mille contesti

Per chi arriva da fuori, cicca è forse la parola più ingannevole. In italiano indica il mozzicone di sigaretta, e molti turisti restano spiazzati quando la sentono usare in contesti che non hanno nulla a che fare con il fumo. In triestino, infatti, il significato principale è un altro.

A Trieste cicca vuol dire soprattutto poca cosa, roba di scarso valore, qualcosa che non va. Frasi come “no xe cicca” non parlano di sigarette, ma esprimono un giudizio netto: non funziona, non è all’altezza, non va bene. Allo stesso modo, dire che qualcosa “xe cicca” significa sminuirla, ridurla a una cosa da niente.

Il riferimento al mozzicone di sigaretta esiste anche nel parlato locale, ma è secondario e dipende sempre dal contesto. Nel linguaggio quotidiano, quando un triestino dice cicca, quasi mai sta parlando di fumo. Ed è proprio questa distanza tra significato letterale e uso reale a mandare in confusione chi non è del posto

“Bon”: semplice solo in apparenza

Bon sembra facile. Sembra voler dire “buono”. Ma a Trieste non è così semplice. Bon può voler dire ok, va bene, abbastanza, accettabile, finita lì. È una parola che chiude un discorso più che aprirlo.

Se qualcuno dice “bon, basta”, sta mettendo un punto. Se dice “xe bon”, sta esprimendo un giudizio, ma senza entusiasmo. Non è un complimento, non è una critica. È equilibrio.

Per un turista, capire quando bon è positivo e quando è solo neutro richiede tempo.

Perché queste parole non si spiegano davvero

Il problema non è la traduzione, ma il contesto. Le parole triestine funzionano perché vivono dentro frasi, sguardi, pause. Non sono pensate per essere isolate.

Un turista può impararle, certo. Ma finché non le sente usare decine di volte, in situazioni diverse, resteranno sempre un po’ sfuggenti.

Ed è anche questo il loro fascino.

Una lingua che racconta la città

Le parole triestine raccontano il carattere della città: diretto, asciutto, ironico senza bisogno di spiegazioni. Non cercano di piacere, non si adattano. Stanno lì, come sono sempre state.

Chi arriva da fuori può restarne spiazzato. Chi resta un po’ più a lungo, prima o poi, comincia a usarle senza accorgersene.

E quando succede, vuol dire che Trieste ha fatto il suo lavoro.

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