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Cronaca

La jota triestina, piatto simbolo che scalda la città: cos’è, come si fa e perché è diversa da altre zuppe

Luca Marsi·
La jota triestina, piatto simbolo che scalda la città: cos’è, come si fa e perché è diversa da altre zuppe

A Trieste se dici “jota” non stai nominando una semplice zuppa. Stai dicendo una parola che per molta gente vuol dire casa, inverno, cucina calda e pentola sul fuoco. È uno di quei piatti che qui non si “scoprono”, si imparano vivendo: da piccoli, guardando la nonna o la mamma che prepara tutto con calma, senza misurare troppo, andando a occhio come si fa con le cose buone.

La jota triestina è un piatto tipico che non ha niente di elegante o da foto patinata, ma ha una cosa che conta davvero: ti rimette in piedi. È sostanziosa, profumata, con quel sapore leggermente aspro dei crauti che o ti conquista o ti fa capire subito che non è roba per tutti. Ma quando la fai bene, diventa una di quelle cose che appena le assaggi pensi: “ecco, questa è Trieste”.

Cos’è la jota triestina: ingredienti semplici, risultato pesante (in senso buono)

La ricetta è famosa proprio perché nasce da ingredienti poveri, quelli che in passato erano facili da trovare e che duravano nel tempo. Il cuore della jota sono crauti, fagioli e patate. In molte case si aggiunge anche un po’ di maiale: costine, cotenna, pancetta o qualcosa di affumicato, che dà quel sapore più deciso e “invernale”.

Non è una minestra leggera. La jota è un piatto unico travestito da primo. Se ne mangi una scodella fatta come si deve, non è che dopo ti viene voglia di andare a correre. Ti viene voglia di restare al caldo.

E poi c’è quella cosa particolare che la rende diversa dalle altre zuppe: la consistenza. La jota non deve essere acquosa. Deve essere bella densa, quasi cremosa, con i fagioli che fanno da base e legano tutto.

Perché qui la jota è un simbolo, non solo una ricetta

Trieste è sempre stata una città strana, mescolata. È passata tanta storia, tante lingue e tanta gente. E in cucina si vede tutto. La jota ha dentro un po’ di Mitteleuropa, un po’ di confine, un po’ di tradizione popolare. È uno di quei piatti che non hanno bisogno di presentarsi, perché si sono fatti spazio da soli negli anni.

E poi diciamolo: quando arriva il freddo vero, quando soffia la bora e ti entra nelle ossa, la jota è uno di quei piatti che hanno un senso. Non è moda, non è trend, non è “cibo instagrammabile”. È cibo vero.

Come si prepara la jota triestina: la ricetta fatta in casa

Per fare una jota triestina buona bisogna solo capire una cosa: serve tempo. Non la puoi fare di corsa. È un piatto che deve cuocere lento, altrimenti non viene fuori quel sapore pieno che conoscono tutti.

Di solito si parte dai fagioli, che devono essere morbidi e ben cotti. Poi in una pentola capiente si prepara la base con aglio e, se si usa, il pezzo di carne. Quando prende profumo si aggiungono i crauti e dopo le patate a pezzi. Piano piano, con la cottura, le patate iniziano a sfaldarsi e a rendere tutto più “unito”.

A quel punto entrano i fagioli: una parte si può schiacciare, così la zuppa viene più cremosa e più legata. L’alloro dà il profumo giusto, il sale si aggiusta verso fine cottura e poi si lascia andare finché tutto si mescola bene.

Quando la jota è pronta lo capisci subito: è densa, profuma di crauti e di fagioli, e ha quel colore da pentola di casa.

Il segreto che a Trieste ti dicono tutti

Il segreto vero, quello che ti dice chi la fa spesso, è sempre lo stesso: la jota è più buona il giorno dopo. Non è una frase fatta. È proprio così. Se la lasci riposare e la riscaldi il giorno dopo, i sapori si fondono e diventa ancora più “rotonda”.

E poi c’è una cosa che non cambia mai: ognuno ha la sua versione. C’è chi la vuole più acida, chi la vuole più dolce, chi ci mette più patate, chi più fagioli, chi la carne e chi no. Ma la base resta quella, e quando la mangi capisci subito che è una cosa che appartiene a questa città.

Perché la jota triestina è ancora oggi il piatto dell’inverno

Perché è semplice. Perché è economica. Perché è buona. E perché riesce a fare una cosa che non tutti i piatti riescono a fare: ti scalda davvero. Non solo lo stomaco. Ti scalda proprio l’umore.

E in certi giorni, a Trieste, è già tanto.

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