sabato 26 settembre 2026
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Cronaca

Fvg, traffico internazionale di rifiuti e riciclaggio per 300 milioni di euro: 5 arresti e 52 indagati

Luca Marsi·

La Guardia di Finanza di Pordenone, su delega della Procura della Repubblica - Direzione Distrettuale Antimafia di Trieste, ha svolto una complessa attività investigativa nei confronti di un sodalizio criminoso a carattere transazionale operante nella commercializzazione, con modalità fiscalmente fraudolente, di materiali ferrosi e non (rame, ottone, alluminio) normativamente inquadrabili, ai sensi dei decreti legislativi n. 152/2006 e 21/2018, nella categoria dei “rifiuti metallici non pericolosi”. Le investigazioni avviate nel 2018 hanno preso spunto da evidenze informative pervenute, tramite gli Organi Centrali del Corpo, attinenti ad anomale movimentazioni finanziarie intercorse tra una impresa avente sede della Repubblica Ceca ed una neocostituita azienda della Provincia di Pordenone. Le successive indagini, condotte dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria, anche mediante intercettazioni (telefoniche, telematiche, ambientali), pedinamenti occulti, monitoraggi video (aree di stoccaggio, uffici e caselli autostradali) nonché captazioni informatiche, hanno consentito di ricostruire un diffuso e importante traffico di rottami metallici (di disparata origine), avvenuto nel periodo 2013 – 2021, per circa 150.000 tonnellate (pari a circa 7.000 autoarticolati) aggirando gli obblighi ambientali e di tracciatura vigenti, utilizzando fatture per operazioni inesistenti, allo scopo di: - consentire a soggetti aziendali di vendere rottami ferrosi “a nero”, evadendo le imposte nonché per sottrarsi ai previsti obblighi documentali di monitoraggio disciplinati dalla normativa ambientale; - permettere agli utilizzatori finali delle fatture di documentare costi mediante l’annotazione di documenti fittizi, con la relativa riduzione della base imponibile. La struttura criminosa operava con il seguente modus operandi sintetizzato nell’accluso prospetto (all.01): - la preventiva creazione, in Italia, di società ad hoc con funzioni di soggetti “intermediari” nel commercio di rottami metallici ovvero con la finalità di interporsi nella filiera commerciale che vede ai suoi poli le aziende originatrici/produttrici del materiale in rassegna e le acciaierie; La Guardia di Finanza di Pordenone, su delega della Procura della Repubblica - Direzione Distrettuale Antimafia di Trieste, ha svolto una complessa attività investigativa nei confronti di un sodalizio criminoso a carattere transazionale operante nella commercializzazione, con modalità fiscalmente fraudolente, di materiali ferrosi e non (rame, ottone, alluminio) normativamente inquadrabili, ai sensi dei decreti legislativi n. 152/2006 e 21/2018, nella categoria dei “rifiuti metallici non pericolosi”. Le investigazioni avviate nel 2018 hanno preso spunto da evidenze informative pervenute, tramite gli Organi Centrali del Corpo, attinenti ad anomale movimentazioni finanziarie intercorse tra una impresa avente sede della Repubblica Ceca ed una neocostituita azienda della Provincia di Pordenone. Le successive indagini, condotte dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria, anche mediante intercettazioni (telefoniche, telematiche, ambientali), pedinamenti occulti, monitoraggi video (aree di stoccaggio, uffici e caselli autostradali) nonché captazioni informatiche, hanno consentito di ricostruire un diffuso e importante traffico di rottami metallici (di disparata origine), avvenuto nel periodo 2013 – 2021, per circa 150.000 tonnellate (pari a circa 7.000 autoarticolati) aggirando gli obblighi ambientali e di tracciatura vigenti, utilizzando fatture per operazioni inesistenti, allo scopo di: - consentire a soggetti aziendali di vendere rottami ferrosi “a nero”, evadendo le imposte nonché per sottrarsi ai previsti obblighi documentali di monitoraggio disciplinati dalla normativa ambientale; - permettere agli utilizzatori finali delle fatture di documentare costi mediante l’annotazione di documenti fittizi, con la relativa riduzione della base imponibile. La struttura criminosa operava con il seguente modus operandi sintetizzato nell’accluso prospetto (all.01): - la preventiva creazione, in Italia, di società ad hoc con funzioni di soggetti “intermediari” nel commercio di rottami metallici ovvero con la finalità di interporsi nella filiera commerciale che vede ai suoi poli le aziende originatrici/produttrici del materiale in rassegna e le acciaierie; Siffatta alleanza consentiva alle predette controparti (pur indipendentemente dedite alle proprie attività illegali) di raggiungere un punto di convergenza che consentiva mutualmente loro di raggiungere i propri obiettivi: il denaro inizialmente trasferito nei paesi dell’est Europa dagli italiani veniva bonificato in istituti bancari nella Repubblica Popolare Cinese e le somme ivi accreditate venivano contestualmente “compensate” con la rimissione di denaro contante (non tracciabile) consegnato in Italia dai referenti cinesi ai membri del sodalizio criminale italiano, operazioni che venivano condotte presso noti centri commerciali all’ingrosso cinesi di Padova e Milano dove il denaro veniva “passato di mano” all’interno di buste di plastica. Detto ingegnoso sistema, permetteva pertanto di far giungere, mediante il sistema bancario internazionale, disponibilità finanziarie in Cina con modalità occulte aggirando i presidi previsti dalla normativa antiriciclaggio, in relazione sia al tracciamento delle operazioni in capo ai soggetti realmente interessati che alle difficoltà di operare presso istituti di credito con ingenti disponibilità di denaro contante. Dall’altra parte i membri del sodalizio criminale, grazie al descritto sistema di compensazione, ottenevano proprio in Italia quella liquidità cash loro necessaria per retrocedere i pagamenti per le fatture fittizie in precedenza condotti. L’operazione di servizio consentiva di individuare: - l’emissione di fatture per operazioni inesistenti per complessivi euro 308.894.000; - l’occulto trasferimento di risorse finanziarie nella Repubblica Popolare Cinese per euro 150.000.000 (originariamente create con provvista in denaro contanti nel territorio nazionale), schermate da inesistenti operazioni commerciali. La Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia di Trieste, all’esito delle risultanze investigative: - indagava per le responsabilità di rispettiva competenza, complessivamente: . n. 58 soggetti per i reati di cui agli artt. 416, 452 quaterdecies del C.P., 8, 2 e 3 del D.Lgs. n. 74/2000 e 648 bis del C.P.; . n. 6 persone giuridiche per art. 25 quinquiesdecies del D.Lgs. n. 231/2001; - richiedeva e otteneva, dal Giudice per le Indagini Preliminari di Trieste, l’emissione: . di n. 5 misure cautelari personali (di cui n. 2 provvedimenti di custodia cautelare in carcere e n. 3 provvedimenti di arresti domiciliari); . di un provvedimento di sequestro preventivo ex art. 321 c.p.p. per complessivi euro 66.000.000. Secondo le prospettazioni accusatorie, accolte dal G.I.P., l’organizzazione criminale si è rivelata particolarmente complessa e articolata in quanto caratterizzata da una molteplicità di uffici, persone coinvolte, ruoli, mezzi utilizzati, imprese di trasporto, società italiane e straniere e sarebbe stata così appositamente modulata per consentire, attraverso la formazione, la redazione e l’utilizzo di documentazione totalmente falsa, l’illecito traffico di ingentissimi quantitativi di prodotto. I principali promotori del consorzio criminale sono 5 uomini originari del triveneto (3 dei quali con residenza nella Confederazione elvetica) coinvolti nella gestione di 3 società filtro nel tempo utilizzate allocate nelle provincie di Venezia Pordenone e Treviso. Tra gli ulteriori soggetti indagati risultano anche i coniugi di 2 dei principali artefici dell’associazione cui sono state contestate condotte di riciclaggio connessa all’acquisto di alcuni immobili con risorse di origine delittuosa, nonché imprenditori residenti in 12 provincie utilizzatori di fatture per operazioni inesistenti, riepilogati nell’accluso prospetto con correlati elementi sul quantum delle operazioni commerciali che li vede coinvolti (all.02). Sono state complessivamente condotte su delega della Direzione Distrettuale Antimafia di Trieste, 50 perquisizioni nelle provincie di Udine, Gorizia, Treviso, Padova, Belluno, Verona, Venezia, Brescia e Como. I provvedimenti cautelari personali sono stati interamente eseguiti nei confronti degli indagati mentre sono ancora in corso le misure ablative per le quali sono state già sequestrate disponibilità liquide e beni immobili nonché n. 3 società, compresi gli spazi aziendali, ubicate nella Provincia di Treviso e Belluno a tutt’oggi dedite alla prosecuzione delle attività criminose. L’operazione “VIA DELLA SETA” conferma, tangibilmente, l’azione che la Guardia di Finanza svolge quotidianamente attraverso il monitoraggio dei flussi finanziari, che costituisce il metodo più efficace per individuare i capitali di origine illecita, prevenendo e contrastando le organizzazioni criminali che commettono gravissimi reati, anche nel settore ambientale, che “inquinano” il tessuto economico-produttivo, alterano la concorrenza del mercato e, non da ultimo, danneggiano gli imprenditori onesti e rispettosi delle regole.

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