«Questo maledetto virus è subdolo e può far male, molto male, adulti e bambini, non guarda in faccia nessuno. L’unica arma per fermarlo è il vaccino. Io lo farò per me stesso, per la mia famiglia ma anche per Luisa, Francesco e Tonia». Inizia così un lungo post del direttore dell'Unità operativa del pronto soccorso di Santobono di Napoli, Vincenzo Tipo, dopo aver salvato la vita della piccola Luisa di cinque anni, affetta da MIS-C (sindrome infiammatoria multisistemica correlata al Covid). «Oggi vi racconto una storia a lieto fine, una storia consumatasi tra le mura del mio ospedale. E’ la storia di Luisa (nome di fantasia) una bellissima bambina di 5 anni che 5-6 settimane fa ha incontrato il Covid insieme alla sua famiglia, ma è stata assolutamente asintomatica e si è negativizzata in breve tempo. Torna a giocare, è felice, quando, dopo circa 3 settimane, compare febbre altissima, dolori muscolari, cefalea, congiuntivite e un violento dolore addominale. Viene portata di corsa in un ospedale della sua area di residenza: diagnosi peritonite, subito in sala operatoria. Qui un medico illuminato decide di non operare e di trasferirla al Santobono in quanto non convinto della diagnosi, qualcosa non gli quadra.
Accogliamo la bimba - continua a raccontare Tipo - tra esami, radiografie, ecografie, visite specialistiche. Alla fine nessun dubbio: la bambina è affetta da Mis-C, ovvero “sindrome infiammatoria multisistemica correlata al Covid”. Ma la terapia sempre non dar nessun effetto. La bimba peggiora e decidiamo di aumentare i dosaggi, modifichiamo le cure, associamo più farmaci. Luisa continua a non rispondere, il suo cuore inizia a dare segni di sofferenza: siamo a un passo dalla rianimazione».
A quel punto, spiega Tipo «Ci presentiamo dalla madre, senza il coraggio di guardarla negli occhi, con un foglio tra le mani. È la richiesta di consenso a una terapia cosiddetta “off label” - l’impiego di farmaci al di fuori delle condizioni autorizzate dagli enti predisposti. La madre chiede, vuol sapere che cosa sta accadendo, è preoccupata ma firma, percepisce l’ansia nei nostri gesti. In breve tempo il farmaco arriva in reparto, lo iniettiamo. Intanto si fa sera, torniamo a casa, ma i nostri cellulari restano accesi: ci scambiamo messaggi di continuo. Al mattino seguente siamo tutti lì prestissimo. La collega del turno di notte ci accoglie con un gran sorriso: è sfebbrataaaaa!!!». Luisa sta bene, ricomincia a disegnare. «Ci consegna i disegni: un foglio tutto nero rappresenta lo stato d’animo dei primi giorni, poi un disegno in cui ritrae medici e infermieri, poi disegna l’arcobaleno. Gli occhi diventano lucidi. Troviamo una scusa per andare a fare altro con la speranza di fermare quelle lacrime. Neanche il tempo di mettere a posto i documenti di Luisa ed ecco che chiama il 118. Si è alzato in volo un elicottero da un’altra regione. Ci stanno portando Francesco, 12 anni, febbre alta, troponina alle stelle, dolori addominali, già positivo al Covid: un’altra Mis-C, affiliamo le armi. Dal Pronto soccorso intanto sta salendo Tonia, 4 anni, stessa storia. I bambini - conclude Tipo - non dovrebbero mai conoscere “il nero”, hanno diritto a vivere una vita a colori».
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