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Arci Servizio Civile: «Impegno in opposizione a guerre, e nuovi fascismi»

Luca Marsi·

«Come sempre, puntuale ormai da diversi anni, arriva un momento dell’anno in cui le retoriche militari e nazionali si abbracciano nella pericolosa alchimia delle celebrazioni per la fine della prima guerra mondiale. Un esito che diventa presto, in troppe retoriche, la “vittoria italiana”, occasione per speculare sulle frontiere e innalzare - in un bagno di eroismo, gloria e pose guerriere - una coltre di nuove parole di odio e sciovinismo. A Trieste, come a Gorizia e lungo tutto il “confine orientale”, la celebrazione militaresca e nazionalista si fa particolarmente veemente. E’ accaduto in passato e accade, ancor più gravemente, quest’anno, nel centenario dalla fine della grande guerra. Il 3 novembre Trieste sarà costretta a subire la vergogna di una calata nazionale di un’organizzazione esplicitamente neo-fascista, nell’immobilità del “non possiamo farci niente” da parte dei soggetti istituzionali. Come tre anni fa a Gorizia, toccherà ora a Trieste assistere alle parate di morte e ai deliri da ventennio di chi - nella retorica guerrafondaia della celebrazione dei “nostri eroi” - trova materiale ideologico per proporre nuove politiche di intolleranza e “difesa” dei confini».

Lo rileva in una nota Arci Servizio Civile.

«Sembrava bastata - continua la nota - , almeno su questo versante, la lezione storica inappellabile della prima guerra mondiale, soprattutto in questo nord-est dove eserciti e frontiere si confusero in una tragedia multietnica e totale; e poi con gli esiti più nefasti dei fascismi e del secondo conflitto mondiale, dove Trieste fu fin dai primi anni venti laboratorio dello squadrismo e capolinea della peggiore barbarie di quella stagione, con il campo di sterminio di San Sabba - unico in territorio italiano con forno crematorio - e la pulizia etnica. Il giorno dopo, in quella Festa dell’Unità nazionale e Giornata delle Forze armate, sarà il presidente della Repubblica a presenziare alle celebrazioni triestine, calando il sipario sul percorso di recupero della memoria della grande guerra nel suo centenario, diventato in molte occasioni il pretesto per ravvivare dalle ceneri discorsi nazionalisti, narrazioni patriottiche, posture militaresche che credevamo superate».

«A dire il vero - sottolinea Arci Servizio Civile - tanti sono stati i progetti e i lavori di quanti hanno approfittato dell’anniversario per scavare nelle storie altre di quel massacro: diserzioni, renitenze, azioni di pace che in mezzo al sangue e al fango di una strage incommensurabile raccogliessero delle testimonianze di diversità prima di tutto culturale, altri esempi a cui guardare, altri modelli per educare ad una nuova cittadinanza. Perché, al fondo, dietro le retoriche della memoria stanno le fondamenta del nostro presente: mentre si celebrano come eroi volontari i ragazzi del ‘99, quando invece la guerra fu prima di tutto una consegna - tremenda e tutt’altro che spontanea - di milioni di uomini al massacro assicurato, si guardano i giovani d’oggi con la sfida perversa ad educarli in un clima da caserma, tra il solito vittimismo all’italiana del “chiagni e fotti” (sia concesso visto l’estremo insulto, questo sì volgare, della parata neofascista del 3 novembre) e l’attacco forsennato a quelli che di fatto sarebbero diritti fondamentali, conquiste civili, fondamenti culturali di società eque, giuste, pacifiche… I puntini di sospensione rappresentano qui la continuazione di una lavoro culturale che andrebbe ripreso, ponendosi all’altezza delle sfide della cittadinanza che ci vengono dalle odierne questioni internazionali e nazionali, senza cadere nella facile tentazione degli appelli all’ordine, alla disciplina, in definitiva alla semplificazione di una complessità che spaventa. Per chi vorrà raccoglierle da questo osservatorio privilegiato che si rivela una volta di più Trieste, queste sfide potranno offrire da subito uno sguardo diverso su quanto sta accadendo intorno a noi e mostrare i motivi di un’incompatibilità di fondo con le operazioni in corso sul fronte della memoria, la sua contesa nel presente, i suoi effetti sulle odierne società».

«Si tratta - conclude - di un lavoro che da anni porta avanti anche Arci Servizio Civile, attraverso i suoi progetti, le sue iniziative, le occasioni di incontro, confronto e formazione che offre ai giovani. Lo stesso servizio civile, interpretato come azione di pace e solidarietà, è già uno strumento per affrontare le nubi che si addensano sulle nostre teste. Da una parte il gesto eroico, la postura  guerriera, l’intolleranza e la violenza (che sia chiaro, sempre più superano gli esigui perimetri dei neo-fascismi per diventare idee e pratiche diffuse in tutto il corpo sociale); dall’altra l’educazione alla cittadinanza, l’inclusione, la nonviolenza. Come in passato, anche oggi non si può restare indifferenti».

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