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Cronaca

Sotto l’albero e dietro il gloryhole: il lato rimosso delle festività triestine

Luca Marsi·
Sotto l’albero e dietro il gloryhole: il lato rimosso delle festività triestine

Trieste a Natale è una città di contrasti. Le luci calde che avvolgono il centro, le vetrine scintillanti, le famiglie in cammino e, sotto questa superficie ordinata e festosa, una rete di non detti, allusioni e discussioni sotterranee che emergono puntuali ogni dicembre.

Negli ultimi giorni, tra social, conversazioni private e commenti sussurrati, anche a Trieste è tornato a circolare un tema che divide e provoca: il riferimento simbolico al “gloryhole” come metafora di una sessualità nascosta, consumata nel silenzio e nella negazione, soprattutto durante le festività.

Non si parla di luoghi, né di pratiche, ma di un concetto. Di una parola che, nel dibattito urbano, viene usata per raccontare l’ipocrisia di una società che a Natale predica famiglia, valori e purezza, mentre nello stesso tempo rimuove, nasconde o stigmatizza tutto ciò che riguarda il desiderio, il corpo, la solitudine e la ricerca di contatto.

Trieste, città di confine e di profondità psicologica, non è nuova a queste riflessioni. Qui il Natale non è solo festa, ma anche specchio. Specchio di chi si sente incluso e di chi resta fuori. Di chi celebra e di chi vive il periodo come amplificazione di mancanze, fragilità, pulsioni taciute.

Il termine, usato provocatoriamente, diventa così una lente critica, non un invito né una descrizione. È il simbolo di ciò che resta “dietro il muro”: relazioni non dichiarate, desideri repressi, vite parallele che non trovano spazio nel racconto ufficiale delle feste.

Tra una messa di mezzanotte e un brindisi in famiglia, Trieste si interroga. Sul confine tra sacro e profano. Sulla distanza tra ciò che si mostra e ciò che si vive davvero. Sul bisogno di smettere di fingere che il Natale sia uguale per tutti.

Perché forse, più che scandalizzare, queste discussioni raccontano una città viva, capace di guardarsi dentro anche quando fa male. E ricordano che dietro le luci, come dietro ogni parete, esiste sempre una storia che non viene raccontata.

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