Rubata ancora la pipa di Saba: “Non è una goliardata, è un segno di inciviltà”

A Trieste è successo di nuovo. La pipa della statua dedicata a Umberto Saba è sparita ancora una volta, strappata dal volto del poeta nel cuore della città. Un triestino ha raccontato l’episodio con amarezza, parlando di un gesto che può sembrare una goliardata, ma che per lui rappresenta un vero segno di barbarie. “Era già successo, anzi, l’altra volta avevano rubato pure il bastone”, ricorda, evidenziando come questo non sia un episodio isolato ma una ripetizione che rischia di trasformarsi in abitudine.
Nel suo intervento, il cittadino usa parole nette e dirette. Considera incivile il gesto di chi deturpa un monumento, ma aggiunge una riflessione ancora più severa: più grave di chi rompe è l’assenza di una risposta rapida da parte di chi può riparare il danno. “Trovo ancor più grave che nessuno si faccia carico di riparare il danno al più presto. L’altra volta sono passati mesi. Se pure stavolta passeranno mesi si manderà il segnale che in fondo non è così grave”.
La preoccupazione è che la pipa rubata diventi quasi un gioco della città, un episodio folkloristico, uno scherzo da accettare con leggerezza. Il triestino lancia un appello molto chiaro: non far passare l’idea che si possa deturpare l’arte o i simboli cittadini senza conseguenze. “Si dirà che è un segno di allegria, che magari possiamo passare al cappello di James Joyce”, scrive, evocando un altro monumento simbolo del centro, quasi a prefigurare una spirale di piccoli atti vandalici normalizzati.
Il messaggio finale ha il tono della provocazione ma anche della proposta concreta: “Fermiamo i barbari, almeno entro Natale regaliamo una pipa al povero Umberto”. In chiusura, una citazione colta e ironica: “Come diceva Magritte… Ceci n’est pas une pipe”. Un riferimento che trasforma il gesto in un corto circuito tra arte e realtà, visibile e invisibile, presenza e assenza.
La questione tocca la cura dei luoghi pubblici, l’educazione civica, il rispetto verso la cultura e la memoria di una città che vive anche attraverso i suoi monumenti. L’episodio dimostra che, dietro un oggetto apparentemente piccolo, si nasconde una domanda collettiva: quanto siamo disposti a difendere ciò che rappresenta la nostra identità?
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