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Cronaca

Rai3 accende il caso Trieste: uno yacht da mezzo miliardo che costa allo Stato 9 milioni l’anno

Luca Marsi·
Rai3 accende il caso Trieste: uno yacht da mezzo miliardo che costa allo Stato 9 milioni l’anno

Trieste finisce ancora una volta al centro del dibattito nazionale grazie a Restart!, il programma in onda su Rai3, che ha dedicato un approfondimento a uno dei simboli più evidenti delle sanzioni internazionali e delle loro conseguenze concrete. Dalle immagini trasmesse emerge tutta la imponenza di uno yacht a vela considerato tra i più grandi e lussuosi al mondo, oggi fermo nel porto giuliano e riconducibile all’oligarca russo Andrey Melnichenko, vicino alla cerchia del presidente Vladimir Putin.

Durante il collegamento, la giornalista Maila Paone ha mostrato un vero e proprio colosso del mare: tre alberi rotanti, ascensori interni, sistemi di sicurezza avanzatissimi, quaranta telecamere e vetri antibomba. Un concentrato di lusso estremo che, proprio per la sua natura, rende ancora più evidente il contrasto tra lo sfarzo privato e i costi pubblici che gravano sulla collettività.

Un valore fuori scala e un costo quotidiano per lo Stato

Secondo quanto riportato nel corso della trasmissione, il valore stimato dello yacht oscilla tra i 500 e i 600 milioni di euro, con una cifra indicativa di circa 530 milioni. Numeri che da soli bastano a rendere l’idea della dimensione dell’imbarcazione. Ma è il costo del mantenimento a colpire maggiormente: circa 30 mila euro al giorno, pari a oltre 9 milioni di euro all’anno, a seconda delle spese fisse e degli interventi necessari.

Un dato che, messo in relazione con la vita quotidiana delle persone, assume un peso ancora più forte. Nel corso del programma viene sottolineato come il costo giornaliero equivalga allo stipendio annuo di un operaio, un paragone che rende immediatamente percepibile la sproporzione tra il bene sequestrato e l’impatto economico sullo Stato.

Tre anni di sosta forzata e oltre 30 milioni già spesi

Lo yacht è fermo a Trieste dal marzo 2022. In oltre tre anni e mezzo di permanenza obbligata, la spesa complessiva sostenuta dall’Italia ha superato i 30 milioni di euro. Una cifra che, teoricamente, potrebbe essere richiesta indietro qualora il bene venisse restituito al legittimo proprietario. Ma anche su questo punto, come evidenziato nel dibattito televisivo, non ci sono certezze.

La possibilità di recuperare quelle somme è tutt’altro che scontata. Resistenze legali, ricorsi e tempi lunghissimi rischiano di trasformare un diritto formale in una battaglia giudiziaria complessa e dall’esito incerto. Nel frattempo, però, la nave deve essere mantenuta in condizioni perfette, esattamente come era al momento del sequestro, per evitare ulteriori contenziosi.

Un lusso intoccabile tra diritto internazionale e paradossi pratici

Nel corso della trasmissione viene chiarito un punto cruciale: lo yacht non può essere utilizzato, né venduto. Qualsiasi tentativo di impiego o alienazione verrebbe configurato come un esproprio, in contrasto con il diritto internazionale. Anche l’ipotesi di una vendita appare irrealistica, non solo per le implicazioni giuridiche, ma anche per i costi di gestione che scoraggerebbero eventuali acquirenti.

Il risultato è un paradosso evidente: un simbolo di ricchezza estrema che resta immobile, intoccabile, mentre genera spese ingenti per le casse pubbliche. Un’immagine potente, che a Restart! diventa spunto per riflettere più in generale sull’efficacia delle sanzioni, sul loro costo reale e su chi, in ultima analisi, finisce per pagarlo.

Trieste crocevia di geopolitica e conti pubblici

Ancora una volta il porto di Trieste si conferma non solo snodo logistico e commerciale, ma anche palcoscenico di dinamiche internazionali complesse. Lo yacht fermo in banchina non è solo una curiosità per appassionati di nautica, ma un caso emblematico che intreccia politica estera, diritto, economia e opinione pubblica.

Il servizio di Rai3 porta il tema nelle case degli italiani, collegandolo idealmente alla discussione sulla legge di bilancio e sulle risorse pubbliche. Perché dietro quell’imponente scafo, scintillante e silenzioso, si nasconde una domanda che resta aperta: fino a che punto il costo delle scelte geopolitiche può e deve ricadere sulla collettività?

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