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Cronaca

"Chiudere la birreria Dreher è stato un errore storico: quando Trieste ha perso un pezzo di sé"

Luca Marsi·
"Chiudere la birreria Dreher è stato un errore storico: quando Trieste ha perso un pezzo di sé"

Ci sono decisioni che, anche a distanza di anni, continuano a pesare come macigni sulla memoria collettiva di una città. La chiusura della Birreria Dreher di via Giulia è una di quelle. Qualcuno la definisce senza mezzi termini “la più grande cazzata fatta in passato”. Una frase cruda, diretta, che nasce non dalla nostalgia personale, ma da una consapevolezza più profonda.

A dirlo è una voce giovane, nata nel 1995, che quella birreria non l’ha nemmeno mai vista aperta. Eppure, proprio questo rende il giudizio ancora più significativo. Non parla il ricordo diretto, ma la percezione di ciò che è stato cancellato: un luogo di aggregazione unico, capace di evocare un passato che non c’è più e che proprio per questo andava preservato.

La Dreher non era soltanto un esercizio pubblico. Era uno spazio identitario, un punto in cui la triestinità poteva “risuonare a gran voce”. Non un concetto astratto, ma qualcosa di concreto, fatto di voci, dialetto, bicchieri che brindano, tavolate lunghe, risate che rimbalzano tra le pareti. Un luogo dove la città si riconosceva e si raccontava da sola.

L’immagine evocata è potente e semplice allo stesso tempo. Se oggi esistesse ancora, ogni venerdì o sabato sera sarebbe probabilmente piena di gente. Tra un cin cin di birrozze e un boccone di goulasch, o di qualunque altro piatto simbolico, qualcuno inizierebbe a cantare una canzone triestina. Altri si unirebbero. Tavolate diverse che diventano una sola, voci che si intrecciano, generazioni che comunicano senza bisogno di presentazioni. Vecchi e giovani seduti insieme, legati non da un evento organizzato, ma da un’abitudine condivisa.

È questo il punto centrale della riflessione: non è stato distrutto solo un locale, ma un frammento di tessuto sociale. Un posto capace di creare relazioni spontanee, di far nascere comunità, di trasformare la nostalgia in presenza viva. I popoli, si dice, vivono di queste cose. Vivono di simboli, di luoghi che richiamano appartenenza, unione, socialità. Quando questi luoghi scompaiono, resta un vuoto che non si colma con facilità.

Da qui nasce anche una proposta, che suona più come una provocazione che come un progetto amministrativo. Bisognerebbe costruirne un’altra, con lo stesso stile. Non una copia sterile, ma un luogo che recuperi quello spirito, quella funzione sociale, quella capacità di far incontrare le persone. Se si fosse sindaco di Trieste, dice questa voce, sarebbe uno dei primi progetti da mettere in cantiere.

Non per guardare indietro con malinconia, ma per restituire alla città uno spazio dove riconoscersi. Perché a volte il progresso non sta nel cancellare, ma nel saper custodire ciò che ha dato identità a una comunità. E la Dreher, per Trieste, era esattamente questo.

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