"Assoluzione Meran, se a sbagliare sono le “divise”, esse pagano disciplinarmente, penalmente, mediaticamente e moralmente"

"Assoluzione Meran, se a sbagliare sono le “divise”,  esse pagano disciplinarmente, penalmente, mediaticamente e moralmente"
Pubblichiamo da Lorenzo Tamaro - Segretario Provinciale SAP
 
 
Sono passati dei giorni da quello in cui è stata pronunciata la parola “assoluzione” nei confronti dell’assassino dei colleghi Pierluigi Rotta e Matteo Demenego.
 
Abbiamo fatto decantare la rabbia del momento per non cadere nella trappola delle emozioni.
 
Ancora oggi però fanno eco, nei corridoi degli Uffici di Polizia e non solo, le parole del Procuratore di Trieste.
 
Siamo uomini di legge anche noi, sappiamo bene la differenza tra quello che dice la testa e quello che sente la pancia.
 
Oggi le dinamiche del processo sono queste e questi sono i possibili responsi che esse possono determinare.
 
Il pensiero che continua a permanere nella testa degli uomini e delle donne in uniforme,  che ci sono sempre per tutti delle attenuanti, delle scusanti, delle scappatoie, mentre gli unici a non avere mai sconti, quando sbagliano, sono loro.
 
Quando a sbagliare sono le “divise”,  esse pagano disciplinarmente, penalmente, mediaticamente e moralmente.
 
Condotte, le loro rilevate al microscopio.
 
Errori che si pagano in famiglia; famiglie a loro volta che assorbono il malessere espresso dall’ennesima impotenza.
 
In questa tragedia che si è consumata qui a Trieste a pagare sono state le vittime, i loro familiari, i “sopravvissuti a quel giorno” e la città intera che ha sofferto e ancora soffre questa vicenda.
 
Una professione, la nostra, che oggi si regge in piedi grazie a persone che non si limitano a fare le sole ore previste della giornata lavorativa, che colmano quotidianamente le molteplici lacune e mancanze, la prima di tutto quella gravissima di personale.
 
Operatori di Polizia che fanno il loro dovere per qualcosa che è al di sopra di quello che si deve fare e va al di là degli “sproni “e delle “strigliate”.
 
Lo fanno alla ricerca della “Giustizia” non di certo della vendetta, quella non li appartiene.
 
Professionisti che conoscono bene il proprio lavoro e non a caso i risultati conseguiti quotidianamente li collocano tra le forze dell’ordine migliori al mondo.
 
A mente fredda ancora tornano ridondanti più che lecite domande: “ma chi ce lo fa fare” se le “verità processuali” producono poi “richieste” come quella dell’assoluzione di un pluriomicida?
 
Basterebbe quindi forse fare solo quello che è previsto, nulla di più, ma con quali risultati?
 
No, non ci stiamo!
 
Se il processo penale attuale porta a questi risultati è evidente che la “Giustizia” non è percepita come tale da parte di nessuno e l’unica strada che ci rimane da intraprendere è cambiare per migliorare.