Tirso, ex lavoratori: “Naspi a rate, Tfr fermo e zero offerte. Abbandonati dopo 30 anni di fabbrica”

Tirso, ex lavoratori: “Naspi a rate, Tfr fermo e zero offerte. Abbandonati dopo 30 anni di fabbrica”

Tirso, ex lavoratori nel limbo: “Naspi a rate, Tfr fermo e zero offerte: abbandonati dopo 30 anni di fabbrica”

Trieste vive un nuovo capitolo amaro della vicenda Tirso, una pagina che per mesi ha riempito discussioni e preoccupazioni e che oggi, secondo gli ormai ex dipendenti, sarebbe precipitata in un silenzio totale. A denunciarlo sono le lavoratrici e i lavoratori che, dopo il licenziamento collettivo, raccontano di sentirsi “abbandonati a se stessi”, senza risposte, senza certezze e con una quotidianità che si fa ogni giorno più fragile.

Il punto più duro non è solo la perdita del lavoro, ma quello che accade dopo: la sensazione che, una volta spenti i riflettori, la macchina si sia fermata. E che chi ha dedicato anni, perfino decenni, alla stessa azienda sia rimasto intrappolato in una zona grigia fatta di attese e inquietudini.

“Pagamenti in ritardo e a singhiozzo: così non si vive”

Nel comunicato, gli ex dipendenti riferiscono che si trovano in stato di disoccupazione e che, pur percependo la Naspi, denunciano ritardi nelle mensilità e un’erogazione “a rate”, quindi non puntuale né regolare. Un dettaglio che, per chi deve pagare bollette, affitti e spese familiari, non è affatto marginale: è il confine netto tra sopravvivere e precipitare.

E se la Naspi arriva a singhiozzo, l’altra ferita è ancora più profonda: il Tfr non risulterebbe corrisposto. Per molti non si tratta di un “extra”, ma dell’unico salvagente possibile in una fase in cui il futuro appare appeso a un filo.

Tre mesi dopo: “Nessuna proposta concreta, solo domande senza risposte”

Secondo quanto riportato, sono ormai tre mesi dal licenziamento collettivo e dalla chiusura definitiva della cassa integrazione straordinaria. E in questo arco di tempo, lamentano i lavoratori, nessuno avrebbe ricevuto una proposta lavorativa concreta.

Il risultato è una sensazione di immobilità: domande inviate, tentativi ripetuti, porte che non si aprono. Una fatica continua che logora, perché la disoccupazione non è solo un dato burocratico: è una condizione mentale, una pressione che cresce giorno dopo giorno.

Gli ex dipendenti segnalano che soltanto una manciata di persone sarebbe riuscita a trovare un impiego, ma all’esterno delle proposte arrivate dall’ufficio di collocamento regionale. Tradotto: chi si è salvato lo avrebbe fatto da solo, cercando altrove, senza percorsi strutturati che accompagnassero davvero la ricollocazione.

“A dieci anni dalla pensione: come si fa?”

Nel comunicato c’è una frase che pesa come un macigno: alcune persone avrebbero lavorato fino a 30 anni in azienda e oggi si troverebbero a circa dieci anni dalla pensione, senza possibilità concrete di arrivarci.

È qui che la vertenza diventa sociale, prima ancora che lavorativa. Perché perdere un posto a quell’età significa spesso non essere più “competitivi” per il mercato del lavoro, subire pregiudizi, dover ricominciare in un momento in cui bisognerebbe avere stabilità. E significa anche un rischio concreto: rimanere sospesi, senza reddito sufficiente, senza tutele certe e con un domani che diventa improvvisamente troppo corto.

L’appello: “Serve uno sforzo di azienda e Regione”

Gli ex dipendenti chiedono risposte e soprattutto chiedono un intervento: uno sforzo da parte dell’azienda e della Regione per chiarire ciò che oggi appare oscuro e per dare finalmente certezze su tre punti che per loro sono vitali: Naspi, Tfr e prospettive future.

Il comunicato non cerca toni teatrali: è una richiesta diretta, concreta, quasi disperata nella sua sobrietà. È la voce di chi sente che la propria vita lavorativa è stata chiusa con una porta sbattuta e ora teme che, senza un’azione reale, quel colpo diventi definitivo.

Perché il silenzio, quando riguarda lavoro e dignità, non è mai neutrale.