“Sospensione dei diritti, rischio morte”: ICS su infarto che ha colpito un nepalese in Porto Vecchio
Un uomo soccorso in condizioni gravissime, un arresto cardiaco nei magazzini del Porto Vecchio, l’intervento dei soccorritori e un comunicato che, nel giro di poche ore, riporta al centro del dibattito triestino un tema delicatissimo: quello dell’accoglienza, delle procedure e dei diritti, tra fragilità sanitaria e “zone grigie” che secondo chi opera sul campo possono trasformarsi in rischio reale per la vita delle persone.
È quanto denuncia ICS – Consorzio Italiano di Solidarietà (Ufficio Rifugiati Trieste) in una nota datata 10 gennaio 2026, che prende le mosse dal soccorso prestato a un cittadino nepalese di 43 anni, richiedente asilo, trovato in gravi condizioni all’interno dei magazzini del Porto Vecchio di Trieste.
Secondo quanto ricostruito nel comunicato, l’uomo accusava da giorni forti dolori al petto e avrebbe già ricevuto una prima visita medica in precedenza, senza però che si riuscisse ad avviare l’iter previsto per la richiesta di asilo. ICS riferisce di aver segnalato il caso anche attraverso canali formali.
Il giorno prima in Questura, poi il peggioramento
Nel quadro tracciato dall’organizzazione, nella giornata precedente l’uomo avrebbe cercato di presentarsi in Questura senza riuscire a completare quanto necessario per l’accesso agli uffici. Poi, con il peggioramento delle condizioni di salute, il rientro nell’area del Porto Vecchio e il precipitare della situazione.
A chiamare i soccorsi, sempre secondo il comunicato, sarebbero state altre persone presenti in zona, preoccupate per dolori sempre più intensi. Da qui l’emergenza e il soccorso per arresto cardiaco, episodio che viene definito da ICS come un campanello d’allarme che non può essere liquidato come imprevedibile.
“Non un fatto casuale”: la denuncia sulle prassi e sui ritardi
Il cuore del comunicato non è soltanto la cronaca del soccorso, ma la lettura complessiva che ne deriva: ICS sostiene che casi come questo maturino in un contesto di vulnerabilità e precarietà estrema, aggravato dalla difficoltà di accesso pieno ed effettivo ai percorsi previsti.
Nel testo si parla di ritardi, di respingimenti informali, di mancata tutela e di un “limbo” che finirebbe per lasciare persone fragili senza protezione reale: settimane o mesi senza riparo, senza cure adeguate, senza presa in carico. E quando in mezzo ci sono patologie, dolori, segnali evidenti di un problema serio, il tempo diventa un fattore che può trasformarsi in condanna.
Il comunicato usa parole pesanti, che non lasciano spazio a interpretazioni: secondo ICS, la sospensione o compressione dei diritti, nei fatti, mette a rischio la vita.
La richiesta: stop immediato alle prassi che “negano nei fatti” diritti garantiti
ICS conclude chiedendo un intervento immediato, perché ogni ulteriore rinvio – sostiene – renderebbe episodi simili non accidentali, ma riconducibili a precise responsabilità istituzionali.
È una presa di posizione forte, destinata inevitabilmente a far discutere. Perché tocca un nervo scoperto: quello del confine tra procedure e umanità, tra burocrazia e urgenze reali, tra città visibile e città nascosta.
E quando la cronaca porta tutto questo dentro un magazzino del Porto Vecchio, con un uomo che rischia di non tornare più a casa, Trieste si ritrova davanti a una domanda che pesa più di mille polemiche: quali condizioni di vita esistono davvero ai margini della città? E chi, concretamente, se ne sta facendo carico?