Rebek: “La gente spende di più di discoteca per farsi vedere: è la chiave, fa parte del mercato”
La strage di Crans-Montana continua a far discutere, e mentre in Italia iniziano a comparire le prime ordinanze comunali che vietano l’uso dei fuochi d’artificio da interno nei locali, si apre una domanda destinata a diventare inevitabile: quelle misure resteranno locali o diventeranno un tema nazionale, con un intervento diretto del governo?
Nel dibattito nato attorno alla tragedia, Stefano Rebek sposta l’attenzione su un aspetto che, nel racconto delle notti in discoteca, viene spesso liquidato come folklore o eccesso: la ritualità della bottiglia e del tavolo, e soprattutto la loro trasformazione in visibilità acquistata. Rebek lo dice chiaramente, senza moralismi e senza la volontà di “assolvere” o “condannare”: descrive un meccanismo che per lui esiste, funziona, e si è consolidato come una componente strutturale del mercato dell’intrattenimento.
Il punto centrale del suo intervento è una distinzione netta: non è la bottiglia in sé a essere il tema, ma il valore sociale che le viene attribuito dentro il locale. Rebek lo mette giù in modo diretto: “in discoteca molti fanno bottiglia proprio per farsi vedere.” È un virgolettato che sintetizza un’intera economia della notte, fatta di percezione, di status e di gerarchie che si formano in tempo reale, tra musica e luci.
Per Rebek, non c’è bisogno di ipocrisie: in discoteca si paga anche per “essere guardati”. E aggiunge subito la frase che fa da architrave al suo ragionamento: “non c’è niente di male in realtà.” Non perché tutto sia automaticamente giusto, ma perché, a suo avviso, rientra nella logica della scelta individuale e dell’offerta commerciale del locale. In altre parole: se la gente domanda visibilità, il locale la mette a listino.
Rebek entra quindi nel dettaglio del funzionamento contemporaneo: spiega che nei locali “moderni” la consegna della bottiglia non è standard, ma cambia in base alla spesa. Lo dice esplicitamente: “in tutti i locali funziona che in base a quanto spendi viene consegnato in modo diverso la bottiglia.” Non è un dettaglio, è il cuore del sistema: più paghi, più il rito si trasforma in spettacolo.
E in quel punto Rebek costruisce un quadro molto concreto, quasi scenografico, fatto di esempi: racconta che quando si spende molto, “addirittura” la bottiglia può arrivare con modalità studiate per catturare lo sguardo di tutta la discoteca. Nel suo racconto compaiono oggetti e trovate che trasformano la consegna in una piccola parata: “macchine”, “moto”, “una Spiderman”, “qualcosa di figo”, con ghiaccio e bottiglie “dentro” per essere portate al tavolo. Il tutto accompagnato dalle hostess e dal passaggio “in fila”, mentre “tutta la discoteca ti guarda”. Rebek non lo presenta come un caso raro: lo descrive come un modello che esiste e che viene utilizzato proprio per vendere quel tipo di esperienza.
La logica prosegue: chi vuole spendere ancora di più può ottenere un livello ulteriore di esposizione. Rebek lo dice: “vuoi spendere un po’ di più? Viene annunciato il tavolo al microfono.” A quel punto la visibilità smette di essere solo visiva e diventa sonora, istituzionalizzata, certificata davanti a tutti. Il locale, di fatto, presta la sua voce a chi sta pagando per essere “il centro della stanza”.
Dentro questa descrizione, Rebek inserisce un concetto che per lui è normale e “fisiologico”: la discoteca offre un servizio che, a chi paga, deve tornare indietro come valore. E lo esplicita con un ragionamento economico: se un gruppo decide di spendere cifre importanti, come esempio fa “2.000 euro” per poche bottiglie, la spesa va compensata da qualcosa. Quel qualcosa, nel suo discorso, non è solo il prodotto, ma l’esperienza: “il locale in cambio deve darmi qualcosa e quel qualcosa è la visibilità, l’importanza.” È un virgolettato chiave, perché definisce la visibilità come parte del prezzo, non come conseguenza casuale.
Rebek insiste: questa dinamica, a suo modo di vedere, non è un vizio improvviso, ma un’evoluzione del mercato. Racconta che una volta il tavolo era quasi un’aggiunta, una differenza minima rispetto al biglietto d’ingresso, una sorta di “cambio ticket”. Oggi, invece, non funziona più così. E Rebek lo dice con nettezza: “non esiste più questa cosa, è rarissimo.”
Ora la domanda che arriva è un’altra: dove si trova il tavolo, che posizione ha, che “importanza” dà. E qui entra il nodo economico: la posizione determina il prezzo, e Rebek lo descrive come un fatto: “i tavoli in tutti i locali, in base alla posizione, hanno un prezzo diverso.” Tavolo vicino al DJ, tavolo in terrazza, tavolo in fondo: ognuno ha un valore diverso perché produce un livello diverso di esposizione. E la motivazione viene dichiarata senza filtri: “perché la gente vuole farsi vedere.”
In questa lettura, Rebek respinge l’idea che ci sia automaticamente qualcosa di “sporco” o di “sbagliato” nell’esibizione. Non la celebra, ma la normalizza. Il passaggio più esplicito è quando dice che le persone possono avere piacere a essere notate: “alle volte le persone hanno piacere… non c’è niente di male di farsi notare un po’ di più.”
E porta anche un’ulteriore dinamica: ci sarebbero “piccole aziende” o “bar” che iniziano a spendere nei locali per farsi annunciare, per diventare un nome che circola, per far sì che qualcuno chieda “ma chi è?” e vada a cercare sui social. Rebek conclude quel passaggio con una frase secca: “ecco, questo avviene.”
Tutto questo, nel discorso di Rebek, non cancella i rischi o le criticità, ma spiega perché queste pratiche esistono e perché sono così diffuse: perché sono integrate in una macchina economica che mette in vendita prestigio, riconoscimento, attenzione. Rebek non nega che ci sia la componente dell’apparire, ma la colloca dentro un modello: domanda e offerta. Chi vuole apparire paga, e il locale “consegna” l’apparire come parte del pacchetto.
E nel punto in cui il confronto con Ramazzina si accende, Rebek rivendica di non aver giudicato: dice di aver “analizzato” ciò che accade. È un passaggio importante perché chiarisce il tono con cui vuole essere letto: non sta dicendo che tutti dovrebbero farlo, né che sia il modo migliore di spendere i soldi. Dice anzi una cosa: “son il primo a dire farebbe bene a spenderli diversamente, ma sono anche il primo a dire perché no?”
È l’idea di fondo: se una persona “si guadagna i suoi soldi lavorando”, e decide di spenderli così, per Rebek è una scelta. Un comportamento che può piacere o non piacere, ma che dentro la discoteca diventa prassi.
Il quadro che Rebek consegna in diretta è quindi quello di una notte che funziona come un mercato parallelo, dove non si compra solo un prodotto, ma un ruolo temporaneo. La bottiglia diventa un segnale, il tavolo diventa posizione sociale, la consegna diventa spettacolo. E in questa dinamica, secondo Rebek, la visibilità non è un effetto collaterale, ma la merce più richiesta.
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