“Ovi de cioccolata a 85 euro al chilo”: a Trieste scatta l’ironia (ma anche la riflessione)

foto di repertorio [...]

“Ovi de cioccolata a 85 euro al chilo”: a Trieste scatta l’ironia (ma anche la riflessione)

Un post ironico, nato su Facebook, ha acceso un dibattito tanto leggero quanto significativo. «I ovi de cioccolata de un noto marchio internazionale a 85 euro al chilo. Quasi quanto un astice nostran» ha scritto Gabriele Rutigliano nel gruppo “Te son de Trieste se...”. Una battuta semplice, ma che ha toccato un nervo scoperto tra utenti e cittadini: il prezzo delle uova di Pasqua ha raggiunto livelli che, in alcuni casi, superano i prodotti di lusso.

Basta fare due conti per rendersi conto della sproporzione. Le uova da supermercato, firmate da marchi internazionali, vengono spesso vendute in confezioni da 200 o 300 grammi, con prezzi che superano tranquillamente i 20 o 25 euro. Il calcolo è semplice: si sfiorano e in alcuni casi si superano gli 80 euro al chilo. Una cifra che mette in discussione il senso stesso dell’acquisto, soprattutto in tempi in cui il carrello della spesa pesa sempre di più.

Il tema, sollevato con ironia, merita una riflessione seria. Davvero serve spendere una cifra così alta per un uovo di cioccolato? In un’epoca in cui le famiglie faticano a gestire i rincari su beni essenziali, anche le festività rischiano di trasformarsi in momenti di pressione economica più che di serenità.

Da qui nasce l’idea di proporre alcune alternative semplici e concrete. Primo: osservare sempre il prezzo al chilo prima di acquistare, per capire quanto si stia effettivamente pagando il cioccolato. Secondo: considerare i prodotti artigianali delle pasticcerie locali, che spesso offrono maggiore qualità a prezzi più giusti. Terzo: perché non realizzare un uovo in casa? Con pochi ingredienti e uno stampo riutilizzabile, il risultato può essere sorprendente e coinvolgere anche i più piccoli. Quarto: scegliere prodotti con confezioni ridotte o riutilizzabili, evitando sprechi di carta e plastica. Quinto: ricordare che la Pasqua non si misura in grammi di cioccolato, ma nel significato della condivisione.

Da una battuta in dialetto triestino nasce quindi un messaggio più ampio: tornare a festeggiare in modo consapevole, senza farsi travolgere dalle logiche del consumo sfrenato. Perché la tradizione non ha bisogno di lussi per essere autentica.