Sciopero internazionale dei porti, presidio anche a Trieste: “I portuali non lavorano per la guerra”
Nel pomeriggio di venerdì 6 febbraio, anche Trieste ha preso parte allo sciopero internazionale dei porti, promosso dall’Unione Sindacale di Base. Davanti alla sede dell’Autorità portuale, in via Von Bruck, si è svolto un presidio che ha visto la partecipazione di circa cinquanta persone, tra lavoratori portuali, attivisti e simpatizzanti.
“I portuali non lavorano per la guerra”
Lo slogan della giornata, rilanciato anche a Trieste, è stato chiaro: “I portuali non lavorano per la guerra”. Una presa di posizione che si inserisce in una mobilitazione più ampia, coordinata a livello internazionale, con iniziative annunciate in numerosi porti europei e mediterranei. Secondo quanto diffuso da USB, l’obiettivo è denunciare il ruolo dei porti come snodi centrali nei traffici legati ai conflitti armati, dal trasporto di armi ai materiali strategici, fino ai combustibili.
Dal Medio Oriente alle tensioni globali
Nel corso del presidio è stato ribadito che la protesta nasce anche dall’attenzione sulla situazione in Palestina, indicata come emblematica di un contesto più ampio segnato da bombardamenti, occupazioni e violazioni del diritto internazionale. Ma il messaggio si è esteso anche ad altri scenari di crisi globale, dalle tensioni internazionali fino ai conflitti economici e politici che, secondo USB, stanno alimentando una vera e propria economia di guerra.
Lavoro, salari e diritti al centro della protesta
Al centro dell’iniziativa non solo i conflitti, ma anche le condizioni dei lavoratori. L’USB ha sottolineato come l’economia di guerra incida direttamente su salari, diritti e servizi pubblici essenziali. Lo spostamento delle risorse verso armamenti e industria bellica, è stato affermato, colpisce il lavoro, allunga i tempi di impiego e rende più difficile il riconoscimento del lavoro portuale come usurante ai fini pensionistici.
Una mobilitazione che guarda oltre Trieste
La giornata del 6 febbraio è stata presentata come parte di un’azione congiunta e coordinata a livello internazionale, con l’adesione di organizzazioni sindacali e movimenti di diversi Paesi. A Trieste, il presidio ha avuto dimensioni contenute, ma si è inserito in un quadro più ampio che, secondo gli organizzatori, mira a “smuovere le coscienze” e a riaffermare il ruolo dei lavoratori portuali come soggetti attivi nel contrasto alla militarizzazione dei porti e all’utilizzo delle infrastrutture civili per fini di guerra.