Movida, vocalist triestino Carmine Favone: “A Trieste servono idee nuove, non format ripetitivi” (VIDEO)
Nel confronto dedicato a movida, eventi e divertimento, una delle posizioni più chiare e articolate è arrivata da Carmine Favone, che ha unito il racconto della sua stagione professionale a una riflessione più ampia sul presente e sul futuro della notte a Trieste. Da un lato il vocalist ha parlato di un periodo positivo per il proprio lavoro, segnato da esperienze fuori città e da collaborazioni importanti; dall’altro ha lanciato un messaggio molto netto agli organizzatori di eventi triestini, invitandoli a rinnovare le proposte e a uscire dalla ripetitività.
Una stagione che per ora sta andando bene
Favone ha esordito dicendosi in linea con alcune osservazioni già espresse in studio e ha spiegato che la sua stagione primaverile, almeno per ora, sta andando bene. Ha raccontato di lavorare molto fuori, sottolineando che questo per lui è importante anche perché consente di osservare realtà più grandi e strutturate.
Nel suo intervento ha citato in particolare il Number One e ha parlato anche di quella che sarà la stagione estiva nelle zone turistiche sempre con i ragazzi del locale. Il senso del suo ragionamento è che fare esperienza in contesti diversi gli permette di crescere non solo sotto il profilo artistico, ma anche personale, entrando in contatto con molte persone e cercando di raccogliere da ciascuna qualcosa di utile.
Crescere fuori per portare qualcosa a Trieste
Il passaggio forse più significativo della parte iniziale del suo intervento riguarda proprio il rapporto tra l’esperienza fuori città e ciò che può essere riportato a casa. Favone ha spiegato che il suo obiettivo è anche quello di portare a Trieste qualcosa di ciò che vede e vive altrove, lasciando magari un contributo ai più giovani, che siano DJ, aspiranti vocalist o altri ragazzi interessati a questo mondo.
Non si tratta solo di una dichiarazione personale, ma di un’idea precisa di crescita: uscire per imparare, osservare realtà grandi, confrontarsi con un livello più alto e poi provare a trasformare quell’esperienza in valore per il contesto locale.
Pochi spazi, pochi sfoghi, ma qualcosa si sta muovendo
Favone si è poi collegato alle considerazioni di Ricky Ottolino sulla situazione cittadina. Ha riconosciuto che a Trieste mancano grandi spazi e grandi sfoghi, ma ha anche voluto sottolineare che, nonostante questo limite, qualcosa si sta comunque valorizzando. In particolare ha citato gli aperitivi dell’estate scorsa, che a suo giudizio hanno contribuito a creare movimento.
È un punto rilevante perché il suo intervento non si limita alla critica, ma riconosce anche ciò che di positivo è stato fatto. La sua lettura non è quella di una scena completamente ferma, ma di una realtà che ha elementi vivi e potenzialità da sviluppare meglio.
L’appello agli organizzatori: servono idee nuove
Il cuore del suo discorso arriva però quando si rivolge direttamente, seppure in modo informale, a chi organizza eventi in città. Favone ha detto di sperare che gli organizzatori triestini ascoltino il messaggio e ha chiesto di provare a rinnovare le proposte, cercando qualcosa di diverso e non semplicemente copiato da ciò che viene fatto fuori o all’estero.
Nelle sue parole c’è la consapevolezza che creare da zero non sia facile, ma anche la convinzione che questa sia la strada necessaria. Il problema, per lui, non riguarda soltanto la scarsità di locali o la difficoltà strutturale della città, ma anche una certa ripetitività dell’offerta che rischia di stancare il pubblico.
Un mercato saturo, stantio e con sempre meno gente che va a ballare
Favone ha usato parole molto nette per definire la situazione: ha parlato di un mercato saturo e stantio, e ha osservato che si vede chiaramente come ci sia sempre meno gente che va a ballare. Ha specificato che questo non dipende semplicemente dagli artisti o da chi suona, ma da un insieme di fattori in cui pesa molto la sensazione di vedere sempre le stesse cose.
In questa lettura, il pubblico appare annoiato non perché manchi il talento o la professionalità, ma perché le proposte non riescono più a sorprendere. È una distinzione importante, perché sposta il discorso dal singolo performer alla costruzione complessiva dell’evento.
Serate più articolate e identità più forti
Per spiegare meglio cosa intenda, Favone ha portato alcuni esempi concreti. Ha parlato della possibilità di organizzare serate afro pensate per la comunità afro, eventi latini più strutturati della semplice formula reggaeton e serate anni ’90 basate sull’hip hop, ricordando che a Trieste esiste una cultura forte anche su quel fronte.
Il senso del suo appello è chiaro: non basta proporre genericamente una serata danzante, serve costruire un’identità, una tematica, una proposta artistica più definita. Nelle sue parole, la differenza sta proprio nell’uscire dalla logica della formula standardizzata e cercare qualcosa di più coerente e più riconoscibile.
Il problema della distanza sociale e la perdita delle piccole cose
Quando il discorso si è spostato sul tema della socialità e del rapporto tra persone nei locali, Favone ha mostrato una posizione altrettanto netta. Ha detto di essere molto d’accordo con Stefano Rebek sull’idea che oggi ci sia troppa distanza sociale e che l’interazione tra persone stia venendo meno.
A suo giudizio, questa trasformazione si nota anche in dettagli che dettaglio non sono. Ha citato il fatto di prepararsi per uscire, di farsi belli, di tagliarsi i capelli, di indossare una camicia per andare a ballare. Tutti gesti che per lui rappresentavano una forma di cura, di attesa e di partecipazione, mentre oggi sembrano perdere peso.
Il suo ragionamento lega in modo diretto la minore attenzione verso questi aspetti all’insicurezza personale e alla difficoltà nel rapportarsi con gli altri. È qui che la questione del divertimento si allarga e diventa una questione culturale e sociale.
Il ruolo del vocalist e il messaggio lanciato dal microfono
Favone ha poi spiegato in modo molto concreto cosa fa lui durante le serate. Ha raccontato che, avendo il microfono e quindi una posizione centrale nell’intrattenimento, insiste spesso sul tema dell’interazione, soprattutto nei momenti finali quando l’atmosfera diventa più rilassata. Ha fatto l’esempio di quando, durante una bachata, un mambo o comunque un ballo di coppia, invita le persone ad andare dalla propria crush o dalla persona che piace per chiederle di ballare.
Lo ha detto senza esitazione, rivendicando questa scelta come parte del suo modo di lavorare. Per Favone il punto è semplice: bisogna spingere le persone a fare il primo passo, a non scoraggiarsi, a ricordarsi che un no non ferma il mondo e che l’essere umano vive di socialità.
La sfida di riportare energia e coraggio nelle serate
Il quadro che emerge dalle sue parole è quello di un professionista che vive il proprio lavoro non soltanto come intrattenimento, ma anche come spazio in cui provare a rimettere in moto un’energia collettiva. La sua stagione, ha detto, sta andando bene; ma il suo sguardo non si ferma al percorso personale. Al contrario, torna continuamente su Trieste, sui suoi limiti e su ciò che potrebbe diventare.
Per questo il suo intervento si trasforma in un doppio messaggio: da una parte il racconto di una crescita artistica che passa attraverso esperienze fuori città; dall’altra l’invito a costruire una movida triestina meno ripetitiva, più coraggiosa e più capace di parlare davvero alle persone.
DI SEGUITO IL VIDEO
RIPRODUZIONE RISERVATA