Proteste Iran, Pascale: “Qui si rischia la vita”, Brambilla: “12mila morti, il più grande massacro” (VIDEO)
Una diretta intensa, carica di storia e di presente, con un filo conduttore che non lascia scampo: l’Iran come ferita aperta, ma anche come cartina di tornasole delle paure e delle contraddizioni dell’Occidente. Nella puntata di Trieste Cafe dedicata a “Proteste in Iran, gli aggiornamenti”, condotta da Martina Lucia Marsi, il confronto ha visto due ospiti con approcci diversi ma convergenti su un punto: la situazione è grave e il mondo non può trattarla come un argomento marginale.
In studio Francesca Pascale, attivista, e Mariofilippo Brambilla di Carpiano, presidente dell’Associazione Italia-Iran. Il dialogo ha alternato testimonianza civile, ricostruzione storica e appelli diretti alla politica, con uno sguardo che ha toccato repressione interna, blackout informativi, dinamiche geopolitiche e mobilitazioni in Italia.
Perché esporsi sull’Iran: Pascale tra diritti civili e “dovere morale”
La prima domanda della conduttrice va dritta al cuore del tema: perché scegliere di esporsi proprio sull’Iran, una vicenda lunga e complessa, spesso percepita come “di nicchia”? Pascale risponde collocandosi dentro un percorso coerente: la battaglia per i diritti civili, lo stesso spirito con cui scende in piazza al Pride, ma con un’urgenza diversa, più amara. Parla di donne e uomini che “soffrono un regime da 47 anni” e lamenta il fatto che su questa storia si faccia “sempre poca luce”, cosa che dice di vivere come un motivo di profonda frustrazione.
L’attivista richiama anche un passaggio che per lei pesa: a Milano, dice, ha visto attivisti muoversi assumendosi rischi e pericoli, mentre sul tema Iran registra un’attenzione italiana che definisce timida, insufficiente. Inquadra l’origine del problema nel 1979, nella rivoluzione islamica che, a suo giudizio, è stata anche una rivoluzione “antioccidentale”. E prova a ricostruire la composizione di quella spinta: marxisti, intellettuali, musulmani sciiti, gruppi diversi uniti dal denominatore comune dell’avversione all’Occidente.
È qui che Brambilla di Carpiano inserisce una formula evocativa, attribuita allo scià: l’alleanza “tra il rosso e il nero”, un’immagine che, nella conversazione, diventa il simbolo di una convergenza di forze differenti che ha portato al cambio di regime.
“Tenere bassa la guardia è pericoloso”: Occidente, islam e timori
Pascale insiste sul tema dell’odio verso l’Occidente che, a suo dire, si starebbe diffondendo “a macchia d’olio” in Europa. Riconosce difetti e contraddizioni del modello occidentale, ma lo definisce lo spazio in cui è possibile essere “persone libere”. Da qui un’affermazione netta: tenere bassa la guardia verso l’Islam sarebbe profondamente pericoloso per la libertà, e non per ideologia, sottolinea, ma per realtà. Chiude questo blocco con un’espressione che torna più volte nel corso della diretta: “dovere morale e dovere civico”, accompagnato da una critica alla politica e alle letture ideologiche che, a suo avviso, impediscono di vedere la portata del momento.
Cosa c’è di diverso oggi: coesione, rabbia e “diritto di scegliere”
La conduttrice sposta il punto: l’Iran è un Paese che ha visto rivolte e ribellioni in diversi momenti della sua storia recente, perché oggi la spinta appare così forte? Pascale risponde mettendo al centro una parola: scelta. Non farsi imporre decisioni “dall’alto”, e soprattutto non subire imposizioni da un regime. Il passaggio fondamentale, per lei, è dare agli iraniani la possibilità di scegliere il proprio destino.
Poi arriva un riferimento durissimo, legato a una frase attribuita all’ayatollah, citata come esempio della disumanizzazione delle donne. Pascale utilizza quell’episodio per sostenere che il cuore della rivolta non è solo politico ma anche culturale, e afferma che ciò che mancherebbe è una cultura abbastanza forte da rendere davvero possibile una libertà politica piena.
Brambilla di Carpiano ricostruisce lo scià e la rivoluzione: diritti, velo, riforme mancate
A questo punto Brambilla di Carpiano prende la parola per “mettere ordine” nei tasselli storici. Parte da un’affermazione chiave: ai tempi dello scià, dice, donne e uomini godevano di pari diritti, ricordando che in Iran ci furono ministre donne prima che in Italia venisse nominata Tina Anselmi. Richiama anche la rimozione del velo nel 1935 da parte di Reza Shah, in segno di emancipazione e rottura con una cultura che definisce retrograda.
Nel suo racconto, il sistema dello scià non consentiva libertà diretta di critica al sistema politico, ma garantiva altre libertà. E aggiunge che si trattava di un sistema “riformabile”, che, con la crescita economica, si sarebbe potuto trasformare verso una monarchia costituzionale e parlamentare. Inserisce anche un dettaglio: l’idea di un’abdicazione dello scià negli anni 1984-1985 in favore del figlio, l’attuale principe erede, per avviare una nuova stagione di riforme. Tutto, secondo Brambilla di Carpiano, fu interrotto dalla rivoluzione islamica del 1979.
Sul tema del velo, propone una distinzione: alcune donne lo indossarono per protesta politica come libera scelta, ma quando Khomeini lo impose per legge nel 1980, avrebbe perso parte del consenso. In quel punto, Brambilla di Carpiano ricorda che varie componenti della sinistra e altri gruppi che avevano partecipato alla rivoluzione si sarebbero rivolti contro Khomeini dopo l’imposizione.
“Un caso unico in 2500 anni”: islamizzazione forzata e identità persiana
Il presidente dell’Associazione Italia-Iran insiste su un aspetto identitario: l’Iran come “coacervo di civiltà”, patria dello zoroastrismo e di una storia plurimillenaria in cui la componente islamica è importante ma non unica. In questa prospettiva, l’idea di una costituzione impostata sulla Sharia rappresenterebbe una novità totale nella storia persiana, e avrebbe inciso sulla stabilità regionale.
Brambilla di Carpiano collega questa svolta alla destabilizzazione del Medio Oriente: Khomeini avrebbe tentato di esportare l’ideologia della rivoluzione islamica nei Paesi con minoranze sciite, generando reazioni a catena. E in questo quadro colloca la guerra Iran-Iraq, citata come conseguenza drammatica a breve distanza dalla rivoluzione.
Numeri e repressione: il dato dei morti e il blackout informativo
Il momento più cupo arriva quando Pascale chiede quanti civili stiano perdendo la vita. Brambilla di Carpiano risponde citando un numero molto più alto rispetto a quello che l’attivista aveva menzionato: parla di 12.000, definendolo un dato conservativo e collegandolo al “più grande massacro della storia dell’Iran moderno”.
La conduttrice sottolinea quindi l’ostacolo principale per capire cosa stia accadendo: blackout e taglio di Internet. Brambilla di Carpiano descrive una dinamica che rende difficile anche il contatto personale: le chiamate in entrata sarebbero impedite, mentre gli iraniani dall’interno riuscirebbero talvolta a chiamare verso l’esterno, ma con grandi difficoltà.
Pascale porta dentro la diretta un piano più umano: dopo le manifestazioni, racconta di ricevere lettere e messaggi di giovani che vorrebbero esporsi, ma hanno paura. Parla di volti coperti, mascherine, voce tremante, e del privilegio occidentale come responsabilità. Il nodo, per lei, è politico e mediatico: vede l’Iran trattato come una battaglia di secondo piano, e la cosa le appare incomprensibile, soprattutto perché indica nelle donne e nei giovani iraniani l’esempio più chiaro di cosa significhi essere femministe liberali.
La polemica sulla sinistra: memoria del 1979 e “conoscenza farraginosa”
Brambilla di Carpiano interviene su un tema delicato: sostiene che nel 1979 la sinistra avrebbe tifato per Khomeini, presentandolo come figura innocua. E ricorda che, una volta al potere, Khomeini avrebbe massacrato i militanti del partito comunista Tudè. Da qui una critica alla memoria storica e alla preparazione su alcuni dossier internazionali, soprattutto quando non coincidono con convinzioni ideologiche.
Pascale definisce “terribile” l’incapacità, a suo dire, di separare ideologia e realtà storica, e la interpreta come segnale sulla classe dirigente.
Israele, Stati Uniti e “non è solo petrolio”: la posta geopolitica secondo gli ospiti
La conduttrice apre un capitolo complesso: dietro le dichiarazioni di aiuto da parte di Stati Uniti e Israele ci sono secondi fini? Pascale risponde a titolo personale: non ridurrebbe tutto al petrolio. Introduce invece altri piani: difesa nucleare, posizionamento regionale, ruolo delle milizie e sfida all’ordine internazionale. Anche se ci fossero interessi economici, aggiunge, non può diventare un alibi per restare a guardare.
Brambilla di Carpiano amplia la cornice: Iran come Paese strategico per collocazione geografica, crocevia tra Oriente e Occidente, passaggio tra Medio Oriente, Centro Asia e Golfo Persico, luogo di economie, culture e strategie. Sostiene poi che la Repubblica islamica, dal “giorno uno”, avrebbe prodotto sovvertimento dell’ordine regionale: repressione interna, eliminazione dei quadri del passato regime, indebolimento dell’esercito, guerra con l’Iraq, e una catena di effetti che collega anche a eventi nell’area, fino al sostegno alle milizie e alle guerre per procura.
Nel suo racconto entrano omicidi politici all’estero e un lungo elenco di conflitti e destabilizzazioni, con un punto finale: per lui il regime rappresenta una minaccia regionale e globale, e i Paesi arabi avrebbero chiesto per decenni agli Stati Uniti di porre fine a questa minaccia, mentre Israele avrebbe posizioni analoghe.
Giornalisti, Nobel e donne: Pascale sulla repressione “oltre patriarcato e maschilismo”
L’ultima domanda della conduttrice è rivolta a Pascale e ruota attorno alla libertà di stampa e alla condizione femminile. Viene citato l’arresto di una collega giornalista e la situazione di altri reporter, poi si fa riferimento anche all’arresto di una Premio Nobel e alle condizioni incerte, con richiami a torture e repressione.
Pascale risponde con toni ancora più netti: per lei la situazione iraniana “evade oltre ogni situazione che troviamo nel resto del mondo”. Non è solo patriarcato o maschilismo: la donna, sotto questo regime, “non ha diritto di esistere”, l’unico diritto riconosciuto sarebbe quello di riprodursi. Da qui l’invito a scendere in piazza e non abbassare la testa, soprattutto come donne, perché in Iran la protesta significa rischio di vita, non solo rivendicazione.
Parla di giovani che “non tornano più a casa”, cita la morte di un ragazzo di 17 anni come simbolo, e chiede al mondo di ascoltare quei giovani. Si augura un impegno maggiore del governo italiano e una politica capace di uscire dalla “stanchezza ideologica” per guardare davvero la realtà.
Alla domanda sul ruolo della politica internazionale, Pascale indica due piani: investire su cultura ed educazione in generale, ma sull’Iran, qui e ora, serve soprattutto coraggio e sostegno diretto a chi combatte.
Le piazze in Italia: Trieste, Milano e Roma
In chiusura, viene ricordata una mobilitazione a Trieste: sabato 17 gennaio in piazza delle Borsa dalle 11 alle 13, manifestazione a sostegno delle proteste in Iran. Brambilla di Carpiano cita poi una mobilitazione permanente a Milano, con numeri importanti davanti ai consolati e iniziative ripetute. Viene citata anche una manifestazione a Roma in Piazza della Repubblica, organizzata insieme ad altre realtà.
Il finale è una frase che suona come un sigillo: “Viva la libertà, viva l’Iran, viva la Persia”.
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